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Appunti brevi (ma anche meno brevi) di politica & altro

Posts Tagged ‘WikiLeaks

WIKILEAKS. CHE COSA C’È NEI DOCUMENTI SU GUANTANAMO

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The Guantanamo Face

The Guardian, in contemporanea con il New York Times, Le Monde e il Washington Post, ha pubblicato circa 700 file “classificati” relativi ai detenuti di Guantanamo. I documenti contengono sia le informazioni già trapelate, che quelle mantenute – almeno fino a ieri sera – riservate. Particolarmente interessanti i file relativi alle informazioni raccolte dall’intelligence americana sui rifugi dei leader di al Qaeda, Osama Bin Laden e il suo vice egiziano Ayman al Zawahiri, subito dopo gli attentati dell’11 settembre. Secondo questi documenti, già quattro giorni dopo gli attentati a New York e Washington, Bin Laden si recò in una guesthouse nella provincia di Kandahar, dove incitò i combattenti arabi riuniti a “difendere l’Afghanistan dagli invasori stranieri” ed a  ”combattere in nome di Allah”.

Tra i detenuti di Guantanamo un vecchio di 89 anni, malato di cancro alla prostata e affetto da demenza senile

I documenti di Wikileaks su Guantanamo confermano –  secondo il Guardian che ha scandagliato i documenti dopo averli ricevuti dal New York Times - come tra i prigionieri finiti nella base-prigione per sospetti terroristi a Cuba ci fossero individui privi di alcun valore nella ‘scala del rischio terroristico’. Tra questi Mohammed Sadiq, un contadino afghano all’epoca di 89 anni malato di demenza senile, e un ragazzino di 14 imprigionato dopo esser stato rapito e costretto ad arruolarsi in una banda talebana.

Scritto da colas

26 aprile 2011 alle 10:59

GIORGIO. L’AMICO ITALIANO

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Obama e Napolitano

“L’amico Giorgio”. E’ cosi’ che la diplomazia Usa vede e considera il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E cosi’ la pensano anche a Washington. Una stima che si e consolidata nel tempo, gradualmente, gia’ all’indomani del primo viaggio in Usa di un giovane Napolitano dirigente del Pci, il primo ad ottenere il visto di ingresso, invitato da alcune tra le più prestigiose Università americane per un ciclo di incontri e conferenze.
Una stima ed un rispetto che sono emersi in tutta la loro evidenza nei ‘cable‘ diffusi da Wikileaks e inviati nell’agosto de 2008 dall’allora ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli al vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney in occasione di una sua visita a Roma. Napolitano, scrive il diplomatico americano, “continua ad esercitare la sua autorita’ con coscienza e ad essere una forza stabilizzatrice per il governo e il sistema, anche quando ciò lo rende ‘impopolare’ nel centrosinistra”.
Nel 2009 Spogli cede il suo posto nella Città eterna a David Thorne. Barack Obama è alla Casa Bianca da appena nove mesi, ma i giudizio sul presidente della Repubblica italiano non cambia: “si capisce chiaramente perché il presidente Napolitano è così tanto considerato nella politica italiana. E’ serio, un intellettuale, un’eminenza grigia. Un punto di riferimento morale nell’arena politica spesso frastagliata“. Insomma, “l’amico Giorgio” è un importante punto di riferimento per la diplomazia americana e per i vertice dell’Amministrazione Usa.
Ancora conferme di giudizi positivi sull’inquilino del Colle in altri dispacci delle feluche da Roma a Washington. Questa volta, siamo nel giugno 2009, proprio alla vigilia del summit tra Grandi della terra, è la numero due dell’ambasciata Usa a Roma Elizabeth Dibble, che scrive direttamente a Obama, in vista di un ncontro con il capo dello Stato italiano: “Napolitano – scrive la diplomatica americana – è sostanzialmente rispettato dai partiti d tutto lo spettro politico e la sua reputazione si è rafforzata per come ha gestito la crisi dell’ultimo governo Prodi“. Anche il passato sotto il simbolo di falce e martello non è più (da tempo) un problema.
Anche perché, dopo la caduta de fascismo, “ha lavorato per le Forze Alleate”, imparando, tra l’altro,”un eccellente inglese”. Dibble definisce Napolitano “un moderato”,”europeista” e con “un forte legame Transatlantico” Napolitano, ricorda Dibble a Washington, “è stato il primo parlamentare del Pci ad essere ricevuto dall’Ambasciata degli Stat Uniti’. Inoltre, “vive il suo ruolo al di sopra delle parti ed è un garante della Costituzione”. Solo “occasionalmente” entra nella “mischia politica” e solo per ‘elevare il livello della discussione’.
Dai ‘cables’ diffusi da Wikileaks sull’asse Roma-Washington, emergono altri giudizi lusinghieri per il capo dello Stato. Come quelli sulla sua politica economica ed estera: ‘si è rifiutato di incontrare il primo ministro bielorusso Lukaschenko e i presidente iraniano Ahmadinejad‘ e, al tempo stesso, ha collocato l’Italia nel ruolo di ‘miglior amico di Israele in Europa’. I diplomatici Usa non mancano nemmeno di sottolineare la grande considerazione del presidente della Repubblica per Barack Obama che “ha ricostruito l’immagine americana danneggiata in seguito alle scelte prese dopo l’11 settembre” (Adnkronos)

MAZZETTE SULL’ATOMO. IN UN CABLO SEGRETO SPEDITO A WASHINGTON, L’AMBASCIATORE AMERICANO RIVELA CHE ‘ALTI UFFICIALI’ DELL’ESECUTIVO DI BERLUSCONI AVREBBERO PRESO TANGENTI PER COMPRARE TECNOLOGIE E CENTRALI FRANCESI

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La mappa del nucleare in Italia (da Il Fatto Quotidiano)

All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in Italia è condizionata dalle tangenti. Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu. Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici. Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.
Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espressopubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia.
Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni. Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende. Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno – secondo i dossier statunitensi – senza esclusione di colpi.
Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987. Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin. La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore. Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare. E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta. Più difficile – scrivono nel 2005 – convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà” (continua a leggere).

di Stefania Maurizi per L’Espresso

“SEDOTTO DAI TIRANNI”. NEI FILE SEGRETI DEL DIPARTIMENTO DI STATO, I GIUDIZI AMERICANI SUI RAPPORTI TRA IL PREMIER E I LEADER PIÙ CONTROVERSI, DA GHEDDAFI A PUTIN

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Scherzi, barzellette e affari privati. Ministri e diritti umani lasciati fuori dalla porta. Compagni di business accettati allegramente. Silvio Berlusconi è sempre più affascinato “dai leader assertivi”, è sedotto dai tiranni, da quei dittatori che irrimediabilmente condizionano la politica estera italiana. Come avvenuto in queste settimane, con Roma schierata fuori dall’asse euroatlantico su Libia, Egitto e Tunisia. Gheddafi, Mubarak o Ben Ali. Lukashenko o Putin. Gente determinata con la quale discutere di tutto scordandosi per qualche ora un Paese alla deriva, segnato da un governo litigioso nel quale i ministri usano la sponda di Washington per farsi la guerra. Arrivando a suscitare sospetti di doppio gioco nella lunga maratona già partita “in attesa di capire chi prenderà il potere dopo Berlusconi”. Gli Stati Uniti dedicano molta attenzione agli incroci pericolosi del Cavaliere, un uomo che con i despoti trova grandi affinità. Così una lunga serie di cablogrammi da anni viaggiano tra l’ambasciata Usa a Roma e il Dipartimento di Stato di Washington.  ne è entrata in possesso concedendo a L’Espresso l’esclusiva italiana. Repubblicane anticipa alcuni passaggi che rendono il tono di quei rapporti imbarazzanti che gli americani riassumono così: “Vecchi amici, nuovi affari”.

MUBARAK E BEN ALI
Mubarak e Berlusconi dopo cena “si raccontano i loro incontri con quel pazzerello di Gheddafi e ridono“. All’insegna dell’allegria anche l’ultimo pranzo tra il Cavaliere e il tunisino Ben Ali. Il premier gestisce il “sexier portfolio”, ossia delle relazioni più “interessanti”, lasciando a Frattini la parte noiosa. Così il premier sembra scordarsi dell’interesse nazionale. Lo sintetizzano gli americani nel rapporto sul summit con Ben Ali, il primo tiranno del Maghreb caduto sull’onda delle proteste popolari. Il 18 agosto 2009 si vedono a Cartagine. Il premier italiano dispensa “barzellette su Obama e sul Papa” in quella che viene definita “una visita così privata che nessuno dei due ministri degli Esteri è stato coinvolto“. Ma il Cavaliere non si presenta da solo: con lui c’è il tunisino Tarak Ben Ammar, la cui presenza viene spiegata così all’amministrazione Usa: “È socio d’affari e consigliere di lunga data” di Berlusconi. Del quale vengono sottolineati gli “interessi” privati in Tunisia, che “comprendono studi cinematografici, società di distribuzione e il 50% di Nessma tv” che possiede proprio con Ben Ammar. Gli americani stigmatizzano la surreale motivazione di quell’incontro: “Per la stampa locale hanno firmato un accordo per produrre energia in Tunisia che in realtà è stato firmato nel 2003“.

GHEDDAFI ADDOMESTICATO
Mubarak e Berlusconi, invece, si scambiano pacche sulle spalle attribuendosi il merito di avere addomesticato il Colonnello. “Italia ed Egitto condividono lo stesso pensiero – scrive la diplomazia Usa – ritengono di meritare il più grande credito per avere ammorbidito Gheddafi“. Gli incontri con il dittatore libico sono sempre seguiti con ansia. “Discutono solo in termini generici” di immigrati, ma in compenso “si sono scambiati doni carini”: Silvio “ha promesso di restituire la statua della Venere di Cirene”, Gheddafi “gli ha regalato un moschetto dell’occupazione italiana”. Provocazione che il Cavaliere non sembra cogliere quando loda “l’esperienza” del Colonnello e “le opportunità di business” per l’Italia a Tripoli. E gli americani si fanno l’idea che Berlusconi abbia offerto al dittatore “i suoi buoni uffici con gli Usa”. Di certo, aggiungono, accetta di aprire “fondi sovrani senza trasparenza”, come l’investimento libico in Unicredit.

INCOGNITA PUTIN
Un’altra amicizia vista come fumo negli occhi è quella con Putin. Dopo un vertice del 2002 due file segreti ne descrivono l’origine. Quando lasciano il Cremlino e volano nella dacia di Soci scocca la scintilla: “Putin ha telefonato a Bush alla presenza di Silvio per chiedergli di accelerare le trattative in modo da firmare il trattato Nato-Russia durante il summit di Pratica di Mare“. Gli americani sono stupiti e imbarazzati per questa infatuazione. Poche ore dopo il rientro a Roma Berlusconi incontra l’ambasciatore Usa Mel Sembler e gli chiede di inoltrare “una richiesta personale” a Bush: “Vladimir deve essere visto come parte della famiglia della Nato“. Annotano gli americani: “Non capiamo se la cosa interessa più a Putin o più a Berlusconi”. Chi cerca di essere sdoganato da chi?

ACCONDISCENTE SUI DIRITTI
Washington è infastidita dall’accondiscendenza con cui il Cavaliere tratta i dittatori, evitando di citare i diritti umani. Scrive l’ambasciata di Via Veneto: “Berlusconi preferisce evitare frizioni, anche se così trascura verità scomode“. L’ingrato compito di salvare le apparenze spetta alla Farnesina. Ci prova goffamente dopo l’incontro con il dittatore bielorusso Lukashenko, invitato a cena da Berlusconi nell’aprile 2009 provocando una bufera diplomatica. Frattini cerca di rassicurare gli americani: hanno parlato anche di diritti. Ma lo stesso Lukashenko smentirà. E un funzionario della Farnesina spiega: “Lo ha fatto per ragioni umanitarie: ci sono in ballo 30 adozioni di bambini bielorussi da parte di famiglie italiane”. Increduli di fronte alla politica estera del Cavaliere, gli Usa annotano: “Berlusconi ha deciso da solo di rompere l’isolamento di Lukashenko, non si è consultato con l’Europa”. Idem con Mubarak, che nel 2004 è a Roma. Tra uno scherzo e una battuta, il premier cita solo indirettamente il tema delle libere elezioni, mentre il presidente Ciampi chiaramente gli dice: “Ho sempre sottolineato la necessità di riforme democratiche ed economiche”.

TREMONTI E IL DOPO-CAVALIERE
Molti ministri di Berlusconi giocano di sponda con Washington per vincere partite interne. Nel 2009 Spogli scrive: “Abbiamo dei potenti alleati in Frattini e La Russa, ma si sono ripetutamente scontrati con il muro del budget eretto da Tremonti“. Su Afghanistan e Libano i due ministri chiedono a Washington per fare pressioni su Berlusconi contro il ministro dell’Economia. E così faranno altre volte. Gli americani non sempre sanno come districarsi. Su una commessa di aerei militari l’ambasciatore Usa scrive: “È possibile che lo staff di La Russa stia usando la questione come un’arma nella partita per la Finanziaria. Sperano di sollecitare un intervento di alto livello in loro favore. Ma in Italia nulla è mai certo“. Tremonti viene visto dagli americani come un uomo della Lega e pretendente dell’eredità politica di Berlusconi. Anche se piace perché blocca le “misure populiste” del Cavaliere, non convince per come affronta crisi. Il “contrappeso” ideale è Mario Draghi, come goffamente suggerisce all’ambasciatore Usa Francesco Galietti, “un leale collaboratore del ministro dell’Economia”. Ma, in un colloquio riservato, il governatore respinge le lusinghe statunitensi e rifiuta qualunque commento su Tremonti.

di ALBERTO D’ARGENIO per La Repubblica

Scritto da colas

25 febbraio 2011 alle 13:43

LIBIA. SECONDO I CABLO DI WIKILEAKS IL GOVERNO ITALIANO ERA A CONOSCENZA DEL RUOLO DI GHEDDAFI NEL TRAFFICO DI ESSERI UMANI, ARMI E TERRORISTI

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MUAMMAR EL GHEDDAFI E SILVIO BERLUSCONI

È Silvio Berlusconi a volere l´accordo di amicizia italo-libico. È lui a spazzare dal tavolo tutti i dubbi che avevano bloccato la diplomazia italiana e il governo Prodi dallo scendere a patti con Muhammar Gheddafi. Costi quel che costi, la normalizzazione dei rapporti con Tripoli e l´amicizia con il dittatore libico deve diventare uno dei vanti della politica internazionale del Cavaliere.

Il quadro emerge dai cablo classificati ottenuti da WikiLeaks e in possesso de L´espresso che Repubblica anticipa. Leggendoli si colgono le perplessità degli Usa sull´operato del governo Berlusconi. Che dal suo ritorno a Palazzo Chigi nel 2008 incontra il dittatore libico otto volte. Gheddafi – è il convincimento della diplomazia a stelle e strisce – è ben contento di essere “sdoganato” dal premier italiano nel vano tentativo di entrare nel salotto buono della politica europea.

Che il Colonnello sia un leader con il quale fare i conti in Europa lo sanno tutti. Da presidente della Commissione Ue Prodi lo riceve a Bruxelles. Da premier negozia l´accordo di partnership tra Italia e Libia, ma ne blocca la firma. Troppo esose le richieste di Gheddafi, sproporzionate da un punto di vista economico e politico. Troppo scarse le garanzie sul rispetto dei diritti umani per gli immigrati. Poi, nella primavera del 2008, al governo torna Berlusconi che dopo pochissimi mesi vola a Bengasi per firmare lo storico “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” che mette fine ai dissidi sui danni coloniali italiani.

Eppure solo pochi mesi prima il nostro ambasciatore a Tripoli, Francesco Trupiano, spiegava agli americani gli ostacoli e i dubbi sulla trattativa. Il cablo “confidenziale” diretto al Dipartimento di Stato di Washington è del 7 novembre 2007. L´ambasciatore Usa a Tripoli fa un resoconto dell´incontro con il collega italiano. Che senza mezzi termini definisce il Colonnello e la leadersphip di Tripoli interlocutori «dalla mentalità corsara». Con loro, aggiunge, non sarà facile chiudere in tempi brevi alcun accordo.

«Non hanno una reale visione strategica, fanno un danno a loro stessi insistendo su legami tattici tra concessioni e compensazioni». Insomma, i libici trattano come al Suk, non ascoltano le richieste italiane e continuano ad alzare il prezzo. Soprattutto «insistono sul fatto che gli è dovuta un´autostrada che l´ex premier Silvio Berlusconi ha offerto di finanziare durante una visita a Tripoli del 2004». La famosa autostrada da 5 miliardi che pochi mesi dopo Berlusconi regalerà a Gheddafi (salvo poi trovarsi in difficoltà a reperire i fondi per la sua costruzione).

MUAMMAR EL GHEDDAFI E SILVIO BERLUSCONI

Così il 30 agosto 2008 l´accordo viene firmato a Bengasi. Pochi giorni dopo Trupiano ne spiega i contenuti all´ambasciata americana. In un file classificato rivolto al Dipartimento di Stato i diplomatici Usa descrivono con costernazione la cerimonia con Berlusconi alla presenza dai discendenti delle vittime del colonialismo e commentano: «Il governo libico era ansioso di concludere quest´anno lo storico trattato con l´Italia all´interno della recente apertura all´Europa».

Anche dopo l´entrata in vigore dell´accordo i libici restano un partner “corsaro”. In un cablo del 17 febbraio 2009 l´ambasciatore Usa, Gene A. Cretz, racconta la «frustrazione» del collega italiano di fronte ai libici che continuano a non collaborare sull´immigrazione. Per Trupiano «non è plausibile» che decine di migliaia di immigrati passino per la Libia «senza almeno il tacito consenso del governo», se non della sua «complicità» nel traffico di essere umani, armi e passaggio di terroristi. Ma il governo Berlusconi continua a trattare Gheddafi da amico.

L´accordo viene finalmente ratificato e nel maggio 2009 la Libia inizia a cooperare. Per la prima volta riprende 500 immigrati respinti dalle nostre motovedette. Cretz racconta che la Libia «non ha voluto prendere a bordo delle sue navi gli immigrati. In un caso ha chiesto all´Eni, che opera in una piattaforma offshore, di rimorchiare un vascello africano alla costa. In un altro ha permesso a una nave italiana di riportare i migranti a terra. Una volta giunti a Tripoli, secondo l´ambasciata italiana, i migranti saranno processati e mandati in un centro di detenzione».

Le preoccupazioni americane sono per il loro trattamento (alcuni, scrivono, potrebbero ottenere l´asilo). Tema che invece non sembra interessare il nostro governo. Cretz scrive che per le organizzazioni umanitarie i centri di detenzione sono passati da «poveri e affollati ad accettabili», ma con l´arrivo di nuovi immigrati «le condizioni probabilmente peggioreranno». E conclude allarmato: «Il governo libico tiene famiglie e gruppi nazionali insieme per facilitare le deportazioni di massa su voli charter verso l´Africa occidentale».

Ma i problemi che l´Italia incontra con i libici, mentre Berlusconi riceve Gheddafi a Roma, riguardano anche la sicurezza. Una fonte italiana informa i diplomatici Usa a Tripoli che il Colonnello sta «deliberatamente ritardando» la distruzione delle armi chimiche prevista dalla firma della convenzione internazionale Cwc. Un´informazione tanto allarmante da spingere l´ambasciatore Cretz a chiedere a Washington di intervenire. Intanto gli affari con l´Italia continuano.

NOVEMBRE ’07 – QUEL BARATTO CON L´AUTOSTRADA…
Gheddafi e il suo governo negoziano con una mentalità «corsara». È il 7 novembre 2007 quando l´ambasciatore italiano a Tripoli, Francesco Trupiano, racconta agli americani che l´accordo italo-libico non potrà essere siglato a breve. «I libici fanno un danno a loro stessi insistendo su legami tattici tra concessioni e compensazioni». E poi insistono sull´autostrada da 5 miliardi di euro. Per il governo Prodi non si può fare. Ma un anno dopo Berlusconi diventa premier e l´accordo viene firmato

AGOSTO ’08 – UN ACCORDO-COPERTURA PER CONVINCERE LA UE…
Ad agosto Berlusconi firma l´accordo con Gheddafi. Pochi giorni dopo l´ambasciatore italiano ne spiega i punti al collega Usa. Che nel cablo riservato inviato a Washington spiega. «Il governo libico era ansioso di concludere quest´anno lo storico trattato con l´Italia come parte della sua recente apertura all´Europa». Insomma, per gli americani il premier Silvio Berlusconi si presta al tentativo del dittatore di Tripoli di essere sdoganato agli occhi delle cancellerie europee.

MUAMMAR EL GHEDDAFI E SILVIO BERLUSCONI

FEBBRAIO ’09 – LE STRANE ALLEANZE DEI MINISTRI LIBICI…
Il 17 febbraio 2009 l´ambasciata Usa riferisce a Washington la «frustrazione» dei colleghi italiani. L´accordo italo-libico è già stato firmato ma si aspetta la sua ratifica. «Non è plausibile che un così vasto numero di immigrati illegali transitino dalla Libia senza almeno il tacito consenso del governo. Alcuni membri del governo sono a conoscenza e probabilmente complici- raccontano i nostri diplomatici - dei trafficanti di esseri umani, droga e dei terroristi».

MAGGIO ’09 – DEPORTAZIONI DI MASSA SUI VOLI CHARTER…
Nel maggio 2009 inizia la collaborazione sull´immigrazione con i respingimenti dei barconi nel canale di Sicilia. Scrive l´ambasciatore Usa: «Una volta a Tripoli, secondo l´ambasciata italiana, i migranti saranno processati e mandati in un centro di detenzione». E ancora, le condizioni nei centri «probabilmente peggioreranno con l´arrivo di nuovi migranti». Per finire: «Il governo libico tiene famiglie e gruppi nazionali insieme per facilitare le deportazioni di massa su voli charter verso l´Africa occidentale».

SILVIO BERLUSCONI GHEDDAFI

GIUGNO ’08 – I PATTI NON RISPETTATI SUGLI ARSENALI CHIMICI…
Il 18 giugno 2009 l´ambasciatore americano chiede aiuto a Washington: gli italiani gli hanno raccontato che Gheddafi «deliberatamente» non firma il contratto con l´impresa italiana (Sispa) incaricata di distruggere gli arsenali chimici libici, come previsto dalla convenzione in materia firmata da Tripoli. L´allarme è alto, ci sono dubbi sulla volontà di rispettare i termini del disarmo entro il 31 agosto 2011. «Chiedo aiuto a Washington, fate pressione sui libici»

GHEDDAFI BACIA BERLUSCONI


GIUGNO ’09 – UN RICATTO CONTINUO PER IL RINNOVO DEI CONTRATTI…
Nel giugno del 2008 l´ambasciata Usa relaziona Washington sulla firma da parte di Eni del contratto che prolunga i suoi diritti in Libia fino al 2042, «ma a un prezzo considerevole». Il timore è che tutti i diritti per le aziende straniere – comprese quelle americane – verranno a costare sempre più cari. «È un chiaro segnale che nessun accordo è al riparo dall´essere rinegoziato, al di là di quanto sia favorevole per i libici», scrivono i diplomatici statunitensi.

Alberto D´Argenio per “la Repubblica

RONALD SPOGLI: “B. ANTEPONE I SUOI INTERESSI PERSONALI A QUELLI DELLO STATO ED HA UNA REPUTAZIONE DISGRAZIATAMENTE COMICA…”

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I leader italiani non vogliono e non sanno affrontare i problemi che affliggono la loro società, dal debito pubblico alla corruzione. Il governo è inefficiente e debole. Le continue gaffe e la povertà di linguaggio del premier hanno offeso gran parte del popolo italiano e molti leader europei. E’ chiara la sua volontà di anteporre i propri interessi personali a quelli dello Stato e ha una reputazione disgraziatamente comica… [Ronald Spogli]

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OGGI A LONDRA SI APRE IL PROCESSO DI ESTRADIZIONE E JULIAN ASSANGE MINACCIA, IN CASO DI CONDANNA, DI RILASCIARE IN RETE IL FILE “DOOMSDAY”, CHE CONTERREBBE SEGRETI DAVVERO SCOTTANTI.

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Un diluvio di file targati Wikileaks sta accompagnando le 48 ore che separano Julian Assange dal suo destino giudiziario: oggi si apre a Londra il processo per la sua estradizione in Svezia, dove la magistratura lo vuole interrogare sulle accuse di stupro e molestie mosse contro l’australiano da due donne. Il giorno dopo è attesa la sentenza.
Nel frattempo, lo staff del sito ha piazzato online 800 file del Cablegate, i dispacci dalle sedi diplomatiche statunitensi pubblicati a partire dal 28 novembre scorso: si tratta della “release” più importante in molte settimane scandite dalla pubblicazione di poche manciate di documenti.
La gran parte dei nuovi file arriva dall’ambasciata Usa di Londra, se ne contano oltre 240, ma non mancano quelli collegati al fronte nordafricano, con dispacci urticanti dallo Yemen, dalla Giordania, dall’Egitto e dalla Libia.
L’australiano ha deciso di gettare benzina sulle rivolte che stanno infiammando il mondo arabo. Per la prima volta dopo la caduta di Ben Ali in Tunisia – da molti collegata proprio ai dispacci Usa da Tunisi resi noti da Wikileaks -, è la stessa banda dell’australiano a mettere in relazione la pubblicazione dei file con le manifestazioni di protesta.
La Giordania, si legge nei cable, afflitta da una grave crisi economica spende l’80% del suo bilancio in un «servizio civile gonfiato» e in un «sistema di patrocinio» militare, che include il sostegno alle forze Isaf in Afghanistan dove sono schierati «850 soldati» di Amman, e dove, a gennaio 2010, i giordani erano pronti ad inviare più truppe, aerei F-16 ed elicotteri per partecipare a missioni di combattimento in cambio del sostegno finanziario americano. Rinforzi arrivati a dicembre 2010, con il governo che ufficialmente parlò di 300 soldati già presenti nel Paese. L’elenco pubblicato dal sito dell’Isaf conta invece 6 soldati giordani nelle file Isaf.
Gli Usa, scrive Wikileaks, non lesinano critiche neppure all’amico Yemen, Paese «con istituzioni deboli» e appalti pubblici «non trasparenti» secondo i diplomatici americani, in particolare di un maxi contratto per il porto di Aden, che ha dato luogo a forti proteste dei sindacati nel 2008.
Ancora 48 ore, poi chissà, potrebbe anche esplodere l’arma di fine di mondo, il file “Doomsday“, che conterrebbe segreti davvero scottanti, e che Assange ha promesso di pubblicare in caso di pericolo. E per lui, dipinto come un hacker paranoico dagli ex amici del Guardian, l’estradizione in Svezia è una “minaccia di morte”.

FONTE: “Il Messaggero”

Scritto da colas

7 febbraio 2011 alle 10:45

JULIAN ASSANGE: “NEGLI USA SAREI UCCISO COME OSWALD”

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Se finisse in un carcere americano, Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange afferma di avere “grandi possibilità” di venire ucciso “nello stile-Jack Ruby”, l’uomo che uccise Oswald, il presunto assassino di John F. Kennedy a Dallas. Ruby, legato agli ambienti mafiosi statunitensi – anche se non ci sono prove certe della sua affiliazione a questa o quella famiglia – uccise Oswald 48 ore dopo la morte di Jfk, mentre il giovane ex Marine veniva trasferito dal commissariato di polizia al carcere.

Condannato in prima istanza alla pena di morte, Ruby morì al Parkland Hospital nel 1967 (lo stesso in cui venne decretata la morte degli stessi Kennedy e Oswald) per un tumore che gli era stato diagnosticato un anno prima. In diverse occasione, Ruby tuttavia parlò di un complotto per “farlo tacere” ed insinuò che la malattia gli era stata ‘inoculata’.

Comunque, sottolinea Assange, “sarebbe politicamente impossibile” per la Gran Bretagna estradarlo negli Stati Uniti, e Londra ha “il diritto di non estradare per crimini politici”. “Lo spionaggio è un classico caso di crimine politico, è a discrezione del governo britannico se applicare questa eccezione o no”, ha detto l’australiano al Guardian. Il fondatore di Wikilekas però assicura: “C’è un nuovo governo, che vuole dimostrare di non essere già stato cooptato dagli Stati Uniti”, argomentando che David Cameron e Nick Clegg sono in una posizione più forte per resistere a una richiesta di estradizione da parte di Washington.

 

NEL RIFUGIO DI ASSANGE…

Una settimana nella campagna inglese ha fatto bene a Julian Assange. Quando scende dalla macchina che, come ogni giorno, lo accompagna a firmare il registro dei detenuti nel commissariato di Beccles, nel cuore del Suffolk, dove tutto è lento e tranquillo e le giornate sanno di pudding natalizio e tradizione, il fondatore di WikiLeaks è rilassato e tranquillo. Piumino verde oliva, maglione bianco e jeans, si muove con disinvoltura, nonostante il braccialetto elettronico alla caviglia.

«Buona sera. Grazie per avermi aspettato qui sotto la neve. È stata coraggiosa», sorride stringendo la mano. Poi si incammina veloce verso l´ingresso: mancano 20 minuti alle cinque, orario di chiusura della stazione di polizia, e se non si presenterà ai poliziotti entro quell´ora sarà costretto a rinunciare alla campagna e a tornare in prigione, dove ha già passato nove giorni, accusato di stupro da due donne svedesi.

La nuova vita dell´uomo che da settimane catalizza l´attenzione dell´opinione pubblica mondiale si svolge in questo angolo innevato dell´Inghilterra, famoso per la caccia e la pesca. Il Suffolk ha dato ospitalità ad Assange suo malgrado, solo perché il reporter Vaughan Smith ha messo a disposizione per gli arresti domiciliari la grande casa di campagna che ha da queste parti: ma dopo i primi giorni di caos ha chiuso su di lui una cortina di indifferenza.

Qui la vita ha il ritmo lento delle zone di campagna e ad occupare le prime pagine dei giornali non ci sono le rivelazioni di WikiLeaks ma le fiere natalizie: l´unica trasgressione possibile dopo le cinque, quando tutto chiude, è una bevuta al pub. Un grosso cambiamento per un uomo che negli ultimi tre anni non ha avuto residenza fissa, muovendosi da una parte all´altra con uno zaino e un manipolo di fedelissimi e ha tenendo in scacco i servizi segreti di mezzo mondo.

Fuori dal commissariato passano pochi minuti prima che Assange ricompaia. «Il tempo di una firma e di una chiacchierata, è una persona gentile e tranquilla», racconterà dopo il poliziotto. Incollato al telefonino e atteso con impazienza da una giovane assistente che sfida la neve in minigonna e ballerine, l´australiano si concede solo per qualche battuta: «Sto bene, grazie. Lavoro. Ma mi riposo, anche. Buon Natale, davvero». Poi via, nella macchina scura dove la ragazza ha già acceso il motore. Lo attendono 20 minuti di auto fino a Ellingham House, la villa dove trascorre quelli che chiama «i miei arresti domiciliari ad alta tecnologia». È dall´interno di questa grande tenuta, che fino a pochi giorni fa si poteva affittare via Internet per matrimoni e battute di caccia ma ora è scomparsa dalla Rete, che il fondatore di WikiLeaks combatte la sua ultima battaglia. Chi la frequenta racconta delle sue lunghe passeggiate ma anche di riunioni infinite che vanno avanti anche ora che alcuni dei più stretti collaboratori sono partiti per Natale. «Abbiamo pubblicato soltanto una piccola parte del materiale che abbiamo. Andremo avanti. Non abbiamo altra scelta: pubblicare o morire», racconta a Paris Match intorno al camino.

E poi: «Sono diventato un obiettivo perché certe organizzazioni potenti non possono perdere la faccia». Pochi sono i visitatori ammessi dentro la villa. Chi non è espressamente invitato non è ben visto: «È una nota zona di caccia. C´è gente che spara. Non vorremmo che prendessero un curioso per un uccello da abbattere», dice ironico uno dei collaboratori.

Avvertimento inutile: i grandi cancelli che delimitano la proprietà sono lontani dalla strada più di un chilometro. Un lago ghiacciato ed ettari di terreno li separano a loro volta dalla villa: impossibile arrivare senza essere notati. Forse per questo, come spiega il funzionario di polizia di Beccles «non c´è bisogno di protezione. Non abbiamo aumentato i turni, né richiamato gli agenti dalle ferie. Per noi va tutto bene».

Nonostante le sempre più numerose minacce di morte che Assange dice di continuare a ricevere, la maggiore occupazione della polizia qui sono le multe agli automobilisti in doppia fila. Probabilmente è la prima volta che i poliziotti hanno a che fare con un detenuto con il braccialetto elettronico. Di certo mai si erano trovati di fronte a qualcuno che usa il Suffolk per lanciare messaggi planetari: «Abbiamo scoperto in queste settimane che il sistema americano si avvicina a quello sovietico: che Visa, Mastercard, Paypal e Bank of America sono strumenti di controllo al servizio della Casa Bianca», ha detto ieri Assange.

Di fronte a queste parole a Beccles e nella vicina Bungay la gente reagisce con indifferenza: «Ho capito che stava succedendo qualcosa quando ho visto la tv», dice Sylvia, abitante di Beccles. Il suo è un punto di vista condiviso: per la maggior parte della gente qui, Assange è praticamente uno sconosciuto. Delle sue battaglie non sono arrivati che echi lontani. Nulla a parte un cartello nella neve che chiede libertà per Bradley Manning, il soldato Usa accusato di essere la fonte delle rivelazioni del sito, segnala la sua presenza. Una realtà quasi paradossale per l´uomo che più di ogni altro fa parlare di sé il mondo da settimane.

«Ho visto la polizia e gli elicotteri quando è arrivato, ma lui no. Neanche sapevo chi fosse. Noi amiamo la tranquillità, questo caos non ci piace», racconta Rob, falegname, la cui segheria è a pochi metri dalla villa. «Un po´ di animazione è divertente. Ho venduto qualche paio di guanti ai giornalisti infreddoliti – sorride la signora Julie Bright, titolare di “Crossway”, il negozio di articoli di caccia e cibo di animali che sta di fronte alla casa – ma ora sono andati via. E nessuno di noi andrebbe a guardare oltre ai muri per vedere cosa fa quell´uomo. Non ci interessa».

Oltre i muri «quell´uomo» si prepara a combattere un´altra puntata della battaglia per evitare l´estradizione in Svezia e, in ultima istanza, negli Stati Uniti dove, dice «temo sempre di più di finire». Al Guardian dice che se ci fosse abbastanza pressione dall´opinione pubblica sarebbe «politicamente impossibile» per la Gran Bretagna estradarlo negli Stati Uniti. «Lì – ha aggiunto – ci sarebbe una grossa possibilità che io finisca ucciso, come ha fatto Jack Ruby»: il riferimento è all´uomo che uccise Lee Harvey Oswald, accusato di aver a sua volta assassinato il presidente Kennedy.

Al Times ha raccontato delle due condizioni di detenzione: «Ho potuto chiamare solo quattro persone, oltre ai miei avvocati». Ma anche della solidarietà di una guardia carceraria «Mi ha dato un biglietto. C´era scritto: in questo mondo ho solo due eroi: te e Martin Luther King». Rob e Julie, se uno glielo riferisce, scuotono la testa, come la maggior parte degli abitanti di Beccles interrogati per questo articolo: «Gli auguriamo un Buon Natale: si goda il pudding, gli amici e la famiglia. La fama viene e va». Quella di Assange in questo angolo di Inghilterra è già svanita: ma nel resto del mondo, c´è da giurarci, durerà ancora.

di Francesca Caferri per “la Repubblica”

E Julian Assange finisce su Novella 2000

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Spassoso articolo pubblicato da Novella 2000 su Julian Assange. I “segugi” del settimanale “gossipparo” svelano presunti retroscena della vita del fondatore di Wikileaks nella dimora di Ellingham Hall… Chissà perché nelle inchieste di questo tipo c’è sempre “un collaboratore che vuole rimanere anonimo”? Ovvero una fonte “immaginata” dagli autori dell’articolo alla quale, essendo anonima, si può far dire qualsiasi cosa. Il passaggio più divertente è la dichiarazione di un giornalista americano che racconta come la sua ”fidanzata” inglese si sia fatta una “sveltina” con Julian l’estate scorsa. Naturalmente l’ineffabile Dago ha rilanciato l’articolo non mancando di evocare nella titolazione lo scontato parallelo tra l’uomo più famoso del momento con il nostro Presidente del Consiglio. Immagino che “Unico Boss Virile” (l’anagramma del nome e cognome di B. che il presidente si vanta di citare per tenere in allegria le compagnie serali) sarà soddisfatto…

Nel furgone della Polizia inglese

Arrestato in Gran Bretagna con una controversa accusa di stupro, Julian Assange è uscito su cauzione e ora vive in libertà vigilata a Ellingham Hall, maestosa villa nella contea del Suffolk, ospite di un suo ricco sostenitore, Henry Vaughan Smith. Nella lussuosa magione, il fondatore di WikiLeaks non si fa mancare niente: mangia pasti preparati da chef che hanno lavorato per i reali d’Inghilterra; beve cocktail e champagne di prestigio serviti da un barman; ha persino un paio di valletti a sua disposizione. Soprattutto Assange non rinuncia alla compagnia femminile. Nonostante sia finito nelle carceri della Regina proprio perché «intrappolato con questioni sessuali», come ha dichiarato lui stesso, “Mr. WikiLeaks” continua la vita promiscua che preoccupa gli amici e i parenti più stretti.

Un collaboratore che vuole rimanere anonimo ha anche rivelato che i familiari stanno cercando di convincerlo a sottoporsi a un test per l’Aids.

In questo periodo Julian, oltre alla madre Christine che presto ripartirà per l’Australia, è accudito da due giovani studentesse universitarie di giornalismo che fanno un po’ di tutto per lui, dall’organizzargli le interviste al lavaggio della biancheria intima. E tra un passeggiata e l’altra nel parco della villa, Assange ha già ricevuto numerose sostenitrici, alcune delle quali sono rimaste con lui anche più giorni, alloggiate in una delle dieci camere da letto della casa. Tra le prime a fargli visita, l’amica ed ex fiamma Jemima Khan, l’ereditiera inglese diventata famosa per la sua relazione con Hugh Grant, che ha contribuito alla raccolta dei 283 mila euro di cauzione. Ormai diventato una rockstar dell’informazione, Assange ha anche le sue groupie, un gruppo di fedelissime che lo seguono costantemente, e hanno preso d’assalto i Bed and breakfast di Beccles, il paesino più vicino alla villa.

Sulle donne Julian ha un fascino irresistibile, e lui si vanta di essere un “re Mida” del sesso. Tra le ultime conquiste, a dar retta ai pettegolezzi, ci sarebbe anche Pranvera Shema, moglie dell’attuale padrone di casa di Assange. Già, perché quando si tratta di donne, l’hacker non si fa scrupoli. Sembra che la sua tecnica di seduzione sia sempre la stessa: scelta la preda la bracca senza curarsi di fidanzati e mariti, bisbiglia alcune frasi a effetto all’orecchio delle malcapitate e il successo è assicurato. Così, per esempio, sembra che abbia sedotto la fidanzata di un giornalista americano, durante una cena a Stoccolma. Lo ha raccontato alla stampa svedese lo stesso giornalista tradito. Era l’11 agosto scorso, e seduti al tavolo del ristorante Beirut ci sono Assange, l’americano con la fidanzata inglese, e il coordinatore per la Svezia di WikiLeaks con la fidanzata.

Durante la cena, ha raccontato l’americano, Julian Assange dedica le sue attenzioni solo alla ragazza inglese, poi esce con lei per fumare una sigaretta. «Sparirono e tornarono dopo 45 minuti», conclude il giornalista americano. «Camminavano tenendosi per mano, mentre Assange sussurrava qualcosa all’orecchio della mia fidanzata. Capii subito quello che era accaduto». Ancora non si conosce il nome della ragazza, ma una nuova accusa di stupro è ormai certa. E con questa sarebbero tre le ragazze “stuprate” in quella che la stampa inglese ormai definisce la “Sex week di Julian l’arrapato”.

La prima ad aver sporto denuncia si chiama Anna Ardin, ha 31 anni ed è assistente all’università di Uppsala. Lei e Julian, secondo quanto racconta Anna, si incontrarono il 13 agosto a casa della ragazza: «Stavamo bevendo del tè, quando lui ha cominciato ad accarezzarmi le gambe. Gli ho detto di fermarsi, ma non l’ha fatto. Poi ho capito che era inutile e così gli ho permesso di spogliarmi. Siamo andati a letto. All’inizio Julian non voleva mettere il profilattico, poi ha acconsentito alla mia richiesta. Durante una manovra il profilattico si è rotto, quindi non ha usato alcuna protezione».

Il particolare del profilattico è fondamentale, perché, come spiega l’avvocato di Assange, James D. Caitlin, per la legge svedese «un rapporto sessuale consensuale iniziato con l’intenzione di mettere il preservativo, svoltosi con l’uso del preservativo, ma terminato senza, si configura come stupro».

Il giorno dopo l’”abuso”, Anna presenta Julian a una sua amica, Sofia Wilén. Sofia invita Julian a casa sua, e come da copione i due finiscono a letto. Dapprima, Julian si addormenta, poi durante la notte hanno un rapporto, ma Julian mette il profilattico, sostiene Sofia, controvoglia. Al mattino, mentre la donna è mezzo addormentata, Julian fa del sesso senza preservativo. Per Miss Wilén è stupro. Il 21 agosto Julian è partito da Stoccolma, saranno finite le donne che si ricordano di essere state stuprate da lui in quei dieci giorni?

di E. S. Coscione e P. Torretta per “Novella 2000″

Omicidio Calipari. In un dispaccio riservato pubblicato da Wikileaks emerge la volontà del governo italiano di lasciarsi alle spalle l’incidente il prima possibile

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All’incontro cui fa riferimento il cable pubblicato da Wikileaks a proposito dell’omicidio Calipari, erano presenti l’ambasciatore americano insieme al suo vice a al consigliere politico-militare, e, per quanto riguarda l’Italia, l’allora ministro degli esteri Gianfranco Fini, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, l’allora capo del SISMI Pollari, l’ambasciatore negli Stati Uniti Gianni Castellaneta, due inquirenti italiani (Campregher e Ragaglini) e altre autorità. Berlusconi non era presente, probabilmente — scrive l’ambasciatore — perché fuori Roma fino al mattino successivo.

Ecco il sommario del cable, e i consigli dell’ambasciatore al dipartimento di stato americano.

Sommario: Poco prima del 2 maggio, il giorno della pubblicazione del rapporto italiano sull’omicidio dell’agente segreto Nicola Calipari ad un posto di blocco degli Stati Uniti a Baghdad, l’ambasciatore, il viceambasciatore e il consigliere politico-militare sono stati convocati nell’ufficio del premier Berlusconi per ricevere in anticipo una copia del rapporto, e per ascoltare dalle autorità italiane la loro opinioni su quanto dovesse succedere in seguito. Gli italiani hanno insistito sulla volontà del governo italiano di voler buttarsi alle spalle l’incidente, che non avrebbe danneggiato la nostra stretta alleanza, e non avrebbe modificato l’impegno dell’Italia in Iraq. Gli italiani hanno detto che, se la cooperazione degli Stati Uniti nell’indagine congiunta è stata del tutto professionale, l’Italia deve allinearsi alla ricostruzione dell’incidente del 4 marzo. Il rapporto italiano, hanno detto, conclude che la sparatoria non fu intenzionale e che non ci furono responsabilità individuali, rendendo quindi più difficile che l’indagine criminale della magistratura diventi un vero e proprio caso criminale.

2. Consigli: Nonostante il rapporto italiano cavilli sulle scoperte e su buona parte delle metodologie del rapporto AR 15-6 degli Stati Uniti sull’incidente, sarebbe meglio se resistessimo alla tentazione di attaccare il punto di vista della versione italiana e continuassimo invece a lasciare che il nostro rapporto parli da sé. Nonostante il nostro istinto sia quello di difendere il rapporto statunitense e criticare quello italiano, ci rendiamo conto che le consequenze potrebbero essere asimmetriche: è improbabile che le critiche contenute nel rapporto italiano abbiano serie conseguenze negative per il governo degli Stati Uniti, mentre se il governo italiano si dimostrasse sleale nei confronti dei suoi dipendenti pubblici, o ribaltasse le conclusioni per fare un favore al governo degli Stati Uniti, le conseguenze sul governo Berlusconi e sull’impegno italiano in Iraq potrebbero essere dure. Quindi consigliamo fortemente al portavoce del governo degli Stati Uniti di continuare a sostenere il punto di vista del rapporto 15-6, evitando di criticare la versione italiana.

Il cable evidenzia anche lo scontento del governo italiano per la pubblicazione online del rapporto americano senza censure, ad opera del blogger Gianluca Neri su Macchianera.

Gli italiani erano chiaramente scontenti della pubblicazione “senza censure” del rapporto americano su un sito internet, e hanno chiesto spiegazioni all’ambasciatore. Non hanno insistito a discutere il problema dopo che questi ha spiegato loro che si trattava solo di un problema tecnico. Gli italiani hanno detto di aver richiamato da Baghdad il capo del SISMI perché il suo nome è stato rivelato nella versione non censurata del rapporto; non tornerà.

 

 

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