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12 MAGGIO 1977
PER GIORGIANA
Trentacinque anni fa, il 12 maggio 1977, una giovane donna veniva ammazzata a Ponte Garibaldi da un proiettile esploso da qualcuno rimasto sconosciuto, quasi certamente un agente camuffato da manifestante. E’ difficile raccontare oggi, nell’epoca delle “olgettine”, delle massaggiatrici a doppio servizio, della femminilità quotidianamente stuprata dalla televisione, violata dal potere, venduta agli angoli delle strade, violentata davanti le discoteche o nel chiuso delle camere da letto matrimoniali, il clima di quei giorni. Come sempre è accaduto in Italia, anche gli anni della rivolta, gli anni del movimento del ’77, sono stati rimossi dalla memoria collettiva.
Io il 12 maggio 1977 ero vicinissimo a quella ragazza! Stavo correndo su Ponte Garibaldi insieme ad altri miei coetanei, Antonio, Mario, Marco, Roberto, Rocco, per sfuggire all’ennesima carica della Polizia. Si udivano le esplosioni dei lacrimogeni e l’odore acre del fumo sprigionato. Eravamo là per difendere il nostro diritto a manifestare comunque, nonostante il divieto del ministro degli Interni Francesco Cossiga. Avevamo vent’anni e ci sembrava ingiusto dover subire la brutale violenza che esplodeva nelle strade, che disperdeva i nostri cortei, che sovrastava le nostre grida.
Eravamo là, a poche decine di metri da dove la ragazza si accasciò sull’asfalto. Eravamo là e saremmo potuti morire noi al suo posto.
C’è rimasta una lapide a Ponte Garibaldi, ormai si legge appena, ma noi il suo nome lo ricordiamo bene: si chiamava Giorgiana Masi.
by Colas
OBAMA: “SE AVESSI UN FIGLIO, SAREBBE SIMILE A TRAYVON”
Il presidente Obama si è rivolto alla comunità afroamericana dopo l’omicidio di un giovane diciassettenne nero a Sanford, in Florida.
”Posso immaginare ciò che i genitori stanno attraversando. Tutti i genitori in America devono capire perché è imperativo indagare su ogni aspetto di quanto avvenuto, e tutti – a livello federale, centrale e locale – devono poter sapere come questa tragedia sia accaduta”.
FUSILLADE DE TOULOUSE
Momento di lutto e di raccoglimento in Francia. Nicolas Sarkozy e François Hollande hanno annullato tutti gli impegni di campagna elettorale ed insieme a molti membri del governo francese, stasera si recheranno alla sinagoga Nazareth di Parigi, dove si terrà una lettura di preghiera per le vittime di Toulouse. @thefrenchbo
NON SI PUÒ MORIRE PER CINQUE EURO L’ORA
Non si può morire per cinque euro l’ora… ma accade spesso in Italia! Anzi accade che si muoia per molto meno. Le giovani operaie morte a Barletta sotto le macerie di una palazzina fatiscente e lesionata dai lavori di abbattimento di un edificio adiacente, lavoravano in nero per 3,95 euro l’ora.
È sempre la stessa storia. Conta solo il profitto, la quantità di utile che si può ricavare da un appalto. Della “sicurezza” frega poco o nulla! La smisurata sete di profitto dei “padroncini” che gestiscono l’economia sommersa nel nostro paese è senza limiti e la vita di chi non ha altra scelta se non quella di accettare le condizioni imposte da loro non ha alcun valore…
VITTORIO EMANUELE DI SAVOIA: “DEVO DIRE CHE LI HO FREGATI…” MA NON STA PARLANDO DI UNA PARTITA A CANASTA, BENSÌ DI UN PROCESSO PER OMICIDIO
Carcere di Potenza, 2006: Vittorio Emanuele è nella cella dov’è detenuto per l’inchiesta su Vallettopoli. Indossa una maglietta bianca con la scritta Nissan sulla schiena. Passeggia tra i letti a castello del penitenziario. E commenta le notizie del telegiornale che parlano di lui con i suoi compagni di prigione.
È divertito, allegro. I coindagati Rocco Migliardi, Gian Nicolino Narducci e Ugo Bonazza, reclusi con lui, lo incitano: “Lei è già fuori!”. L’”erede al trono” cede alla tentazione dell’autocompiacimento, non è la prima volta che se la cava con poco: “Nel mio processo a Parigi…“.
Inizia così una confessione che il fattoquotidiano.it è in grado di mostrare: a immortalarla non c’erano soltanto le cimici, come si pensava, ma anche una microcamera nascosta. È un filmato inequivocabile, che rievoca la notte tra il 17 e il 18 agosto 1978: un ragazzo tedesco di 19 anni, Dirk Hamer, viene raggiunto da due colpi di fucile alla gamba destra. Muore dopo 111 giorni, 19 operazioni e l’amputazione dell’arto. Un solo imputato: Vittorio Emanuele, che nega qualsiasi responsabilità. Alla fine la giuria francese lo dichiara innocente, dopo un processo durato appena tre giorni.
Quando nel 2006 i giornali pubblicano stralci dell’intercettazione ambientale in cui si vanta di aver “fregato” i giudici francesi e ricostruisce la traiettoria delle sue fucilate, Vittorio Emanuele convoca una conferenza stampa, nell’evocativa saletta dell’hotel Principe di Savoia a Milano. Accompagnato dai legali e dal figlio Emanuele Filiberto, sminuisce le sue esternazioni su Dirk Hamer e dice che sono state falsificate: “Queste notizie sono talvolta manipolate o non sono vere. Ma ora è il momento di parlare, di far emergere la verità“.
E la sua verità è questa: “Due tribunali francesi si sono pronunciati prosciogliendomi da ogni responsabilità. Lo hanno fatto perché ci sono prove chiare. La pallottola che ha colpito il ragazzo non poteva essere del mio fucile. Qualcuno ha sparato con una pistola a quel povero ragazzo, ecco la verità“.
Dichiarazioni che ora vengono clamorosamente neutralizzate dalle testuali parole che lui stesso ha pronunciato in carcere, ignaro della microcamera che registrava: “Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era (parola incomprensibile, ndr) steso, passando attraverso la carlinga“. Spiega il tipo di proiettile: “Pallottola trenta zero tre”.
Il principe ammette quindi di aver colpito Dirk e si vanta di aver gabbato il Tribunale parigino che l’ha assolto, grazie alla sua “batteria di avvocati”. Rievoca “il processo, anche se io avevo torto … torto…“. E aggiunge: “Devo dire che li ho fregati… Il Procuratore aveva chiesto 5 anni e 6 mesi. Ero sicuro di vincere. Ero più che sicuro“. Infatti “mi hanno dato sei mesi con la condizionale: sei mesi, c’era un’amnistia, non l’hanno neanche scritto! Sono uscito!“. Scoppia a ridere, senza trattenere la soddisfazione.
LA RICERCA DEL FILMATO
Per Birgit Hamer, la sorella di Dirk, che nel 2006 legge queste intercettazioni ambientali sui giornali, diventa fondamentale capire se davvero, come sostiene Savoia nella conferenza stampa, le trascrizioni sono state manipolate o meno. Perché se fossero autentiche e testuali metterebbero -spiega lei-”la parola fine su questa storia: sarebbe impossibile negare che, a prescindere dalle sentenze, Savoia sia il vero e unico responsabile della morte di mio fratello”.
Ma la signora Hamer, che a 20anni rinunciò a una carriera di top model e attrice per dedicare la sua vita a dare giustizia al fratello in tribunale e poi a confutare la sentenza, vive da dieci anni in Spagna con le figlie, Sigrid e Delia. Non ha più contatti diretti con i giornalisti, non sa a chi rivolgersi. Comincia a scrivere e a telefonare a tutte le persone coinvolte nel processo Vallettopoli che ha portato Savoia in carcere (verrà poi prosciolto). Scopre così che agli atti dell’inchiesta è depositata non solo la trascrizione delle frasi,ma anche la videoregistrazione del colloquio fra il principe e i compagni di cella. “Cosa c’è di più inequivocabile di un filmato,per capire come stanno le cose?”, domanda la Hamer parlando con il Fatto. Il tempo passa. Vittorio Emanuele viene prosciolto dal gip di Potenza .
Solo a questo punto Birgit può fare istanza al Tribunale per ottenere copia della registrazione. Trova un avvocato nel capoluogo lucano che la rappresenti. Ma aspetta quasi un anno senza avere risposte. Poi scopre che parte del processo è stata trasferita alla Procura di Roma. Qui si rivolge a un altro legale che inoltra una seconda istanza ben motivata: “La signora Hamer ha il diritto costituzionalmente garantito alla verità sulla morte del fratello”.
Trascorre qualche altro mese (pare che la registrazione sia andata perduta), poi finalmente l’avvocato chiama: il filmato è stato recuperato, può passare a ritirarlo. Quando Birgit vede il video, è la prima volta che ascolta la voce di Vittorio Emanuele dai tempi del processo a Parigi. Le bastano pochi minuti per rendersi conto che non ci sono manipolazioni.
Sono molte le parole incomprensibili e il principe, mentre racconta la notte in cui Dirk viene ferito a morte, è di spalle. Ma, ciò nonostante, risultano evidenti sia il contesto sia l’ammissione di colpa, che nelle intenzioni di Savoia è un vanto. Le frasi più gravi si sentono nitidamente, e con queste anche le risate e le battute, tutte pronunciate col timbro di voce inconfondibile dell’erede di Casa Savoia.
La Hamer piange, ma è felice come non lo era mai stata negli ultimi trent’anni: “Guardare quel video è orrendo, ma dà anche un grandissimo sollievo. Ora quel signore non potrà mai più sostenere che non ha sparato a mio fratello: ho vinto la mia battaglia, anzi quella di Dirk“. a farla franca nel processo-farsa in Francia.
Beatrice Borromeo per Il Fatto
SABRINA MINARDI, LA “REGINA DEI TESTACCINI”, LA BAMBOLINA DI ENRICO DE PEDIS, CONFESSA: “IL SESSO L’HO FATTO PER MANTENERMI, NON MI È MAI PIACIUTO E MO’ TE LA DICO TUTTA: NON SO CHE COSA VOGLIA DIRE AVERE UN ORGASMO”
«Con Renato in galera, io avevo i miei giri, i miei uomini, non ho mai sfruttato nessuno se non me stessa».
Gli uomini Sabrina ne frequenta molti intimamente. Al soldo facile la inizia la sua amica Lolly, poi la novizia si fa spazio tra le escort. Ma non chiamatela prostituta. Si irrita moltissimo.
«Una prostituta sta sul marciapiede o in una casa e ti fa il lavoro per pochi spiccioli. Io mi divertivo, facevo la bella vita, vestivo Coco Chanel, Armani, mica ero l’ultima delle femmi-ne. Non avevo un protettore e non dovevo dividere i soldi che mi procuravo. Uscivo tutte le sere o giù di lì. Uscivo tutte le volte che mi andava, frequentavo i migliori ristoranti e i più esclusivi night di Roma, in cambio del mio corpo ricevevo soldi a palate, vacanze, automobili, gioielli, addirittura case. Roberto Calvi mi regalò una villa a Montecarlo. Quale prosti-tuta può vantare le stesse cose? Loro sì che fanno una brutta vita, poverette. La mia era meno brutta, tutto sommato».
«La prostituta è una persona che offre il proprio corpo in cambio di soldi».
«Senti, se ho fatto la prostituta lo posso dire soltanto io. Non lo permetto a nessun altro».
Da giovane, Sabrina è bella. Di una bellezza semplice e chic, mai volgare. Minuta, capelli castani, occhi verdi, il naso piccolo, la pelle delicata, il corpo leggero, ma sensuale, la voce squillante, il carattere allegro. Vestita sempre in modo perfetto, con cashmere e seta, bene educata, simpatica, brillante nella conversazione. E poi è elegante. Sempre. Sembra una ragazza della Roma bene, ma senza la puzza sotto il naso. Le piace giocare. Le piace giocare a fare la bambina. Canta spesso tu-mi-fai-girar-tu-mi-fai-girar-come-fossi-una-bambola… e lo fa con malizia, per giocare, appunto, non per un moto di orgoglio, non certo per reclamare una rivolta, anzi, ma per sottolineare la brama di sottomissione. A Sabrina piace fare la bambola. Spalanca gli occhioni, reclina la testa su un lato, sussurra, fa la vocina e scatena un senso di protezione. Ed è proprio questo che cerca: farsi proteggere, farsi guidare. E questo ottiene: farsi usare, ma non per ingenuità. Non solo, almeno. Non sempre.
«Ero… ero un po’ bambina e un po’ puttana», spiega oggi, senza tergiversare. E questo atteggiamento ne decreta il suo successo tra gli uomini d’affari che impazziscono per il suo lato trasgressivo e disinibito che si manifesta all’improvviso, nel gioco dei ruoli.
Un po’ bambina e un po’ puttana e irretisce Enrico De Pedis. Ne diventa la “pupa”. Resta il punto fermo del “presidente” per dieci lunghi anni. A tutti gli effetti, salvo quelli legali: non si sono mai sposati. Ma che c’entra la legalità con i Testaccini? Che cosa c’entra la legalità con quello che è stata questa donna? A conti fatti, Sabrina Minardi è la donna del boss. Punto.
«Mi piacevano i preamboli, mi piaceva sedurre, irretire. Tutto il “prima”, insomma», mi dirà poi Sabrina il 22 dicembre del 2009. Ci eravamo rincontrate da poco tempo poiché dopo la prima intervista ci eravamo perse di vista. Sono andata a trovarla per farle gli auguri di Natale. Le ho portato un panettone, dei datteri essiccati e dei tarallini al finocchietto. Lo scrivo per rispondere a quanti mi hanno maliziosamente chiesto se avessi dato dei soldi a questa donna in cambio di un’intervista. Mai (…).
«Sabrina, torniamo al punto di prima, il fatto è che nella tua vita hai fatto proprio la prostituta…».
«Sì, ma lasciami tornare al punto di prima: io non mi sono mai messa in mezzo a una strada con la minigonna. Ero una bella ragazza, come tante, ero introdotta in un giro, diciamo, fatto di paperoni, per cui è normale… Se conoscevo una persona non era un morto di fame e neppure, con tutto il rispetto, uno scopino o un portantino. Massimo rispetto per chi lavora, ci mancherebbe, ma a me non capitava mai di incontrare una persona che facesse un lavoro retribuito così, da dipendente statale, per capirci. E tra quelli che conoscevo, c’era pure qualcuno che mi piaceva davvero. E poi c’era la maledetta cocaina che non mi faceva ragionare. Ma allora, non adesso, come scrive la signora del libro. Ero una donna libera, a chi mi andava mi davo. Non ho mai avuto il problema di dover decidere per forza. Non avevo il problema di dover dire: ora vado con questo così poi mi posso comprare la cocaina. Non era questo il punto. Il mio era uno stile di vita che si poteva fare solo stando con persone di un certo tipo, a livello economico. Per cui questo è stato, ma non è che stavo in mezzo a ‘na strada e dovevo smezzare ventimila lire con un pappone».
«E c’è una differenza, secondo te?»
Pausa, tono piccato, scandisce bene le parole.
«Non c’è una differenza. Però è giusto chiarire come ho fatto io la prostituta, se proprio ci tenete tanto a definirmi così, voi giornalisti, e come si fa la prostituta in genere. Secondo me, visto che qua si stanno mettendo i puntini sulle “i”, mettiamoli anche su questo, no? Spieghiamo bene. (…) La cocaina mi avrà pure mangiato il cervello, ma continuo a saper leggere. Vorrei vedere lei se ci riusciva. Se avesse preso tutta la cocaina che ho preso io, se avesse vissuto quello che ho vissuto io, vorrei vedere come sarebbe oggi il suo cervello. Sono pronta a scommetterci, veramente, che non sarebbe stato altrettanto funzionante quanto il mio. M’incazzo veramente per queste cose. Tutti pronti a dire che non sono attendibile, anche lei che su quel cavolo di libro lì non è che mi desse poi tanta fiducia, ma sulla base di che? Era meglio se stavo zitta? Era meglio se continuavo a dire di non saper nulla su Emanuela Orlandi? Perché la gente deve pensare che non sono attendibile a prescindere? Quelli dell’ambiente malavitoso mi reputano un’infame e quelli fuori dell’ambiente una sciroccata. Andate tutti a quel paese!».
«Sabrina, io sto registrando…».
«Lo so e fai bene. (…) È di cattivo gusto screditare una donna malata come me, una che, nonostante tutto quello che ha vissuto, ci sta provando a mettere le autorità sulla pista giusta, con le poche cose che so, ma ci sto provando».
Quella della Minardi è un’esistenza estrema, complicata da decifrare, incosciente, attaccabile senza appello. Certe scelte si condannano e basta perché non appartengono ai più e non si capiscono. Per comprendere c’è bisogno di una chiave rara, una chiave con la quale si comincia a giocare da bambini, con l’innocenza e l’incanto propria dei bimbi. Una chiave che usi per gioco e ti fa sbandare.
«E ciò che scoprivo mi lasciava incerta, a tratti perplessa. Ma ho scoperto presto che sbandare mi piaceva troppo», spiega lei. «È un’inclinazione naturale. Irresistibile».
Impaziente, Sabrina apre quante più porte può. «Rincorrevo la felicità. No, la felicità non è la vera meta. La vera meta è il brivido». Sabrina lo rincorre mentre s’invischia in esperienze sempre più tragiche, è un sortilegio, non riesce a smettere. È come la malattia del gioco: «Ti esponi perché sei certo che ti andrà bene. E ogni minima vincita ti istiga a spingerti ancora oltre».
Tragiche, sì, perché mano a mano usi quella chiave misteriosa condendo le tue giornate con altro. Non è più solo il gioco a spingerti oltre. Subentrano la malizia dell’adolescenza, la violenza della strada, la sopraffazione degli adulti, la violenza dei branchi, il disincanto del sesso.
«E ti senti euforica perché è tutto in discesa, comodo, per certi versi». Comodo solo in apparenza, certo. Ma perché sforzarsi? Meglio sbandare. È più divertente sporgersi, scavalcare, cadere, rotolarsi.
E se ti schianti? «Poco male. Spaventarsi fa parte del gioco. E, del resto, l’impatto potrebbe piacerti».
Certe volte ha sempre la risposta pronta, Sabrina Minardi. Questo è uno di quei casi perché, evidentemente: «L’attrazione morbosa non conosce limiti». È come se quella chiave misteriosa predestinasse all’incapacità di scegliere, o anche solo di accettare, un destino misurato.
«Misura vuol dire censura», ribatte lei.
La vocazione mira al baratro. Ed è forse così che i giorni si colorano di lampi e si disperdono o, forse, si ammucchiano, indistintamente. Giorni, mesi, anni amorali, imprudenti, disinibiti, sfacciati, ladri, dissoluti, impuniti. «Non mi sento così diversa, così impunita. La vita che ho vissuto era popolata più da insospettabili che da prostitute e criminali, credimi. Anche quando ero oramai abituata a vendere il mio corpo, certe richieste mi facevano schifo. Mi ricordo che un prete una volta è riuscito a scandalizzarmi. Io non mi scandalizzo facilmente, si è capito?»
«Si è capito».
«Eppure quella volta è successo. Allora ho finto un terribile mal di pancia e sono andata via. Ho sempre esagerato, ma quella volta non me la sono proprio sentita. Comunque, in generale, si va oltre, si esagera finché dura, fino a quando si può».
Ma poi il tempo passa per tutti, la malattia arriva per tutti. E allora si cerca la complicità e il sostegno di chi non ha mai… «Lo sai come mi hanno trovato i poliziotti? Ero in una comunità di Salerno e vennero a trovarmi tre agenti: Pasquale, Elvio e Giovanna. Lei, Giovanna, è veramente in gamba, ma io conoscevo solo Elvio, l’avevo conosciuto perché da ragazzo viveva a Trastevere. Lui sapeva cosa facevo io e io cosa faceva lui. Ci conoscevamo così, insomma, non è che eravamo proprio amici. Poi quei poliziotti sono tornati, ma la seconda volta al posto di Pasquale c’era il suo capo, Vittorio. Mi hanno chiesto di Emanuela Orlandi, mi sono sentita stanata… Dovevo parlare per forza, altrimenti mi arrestavano senza replica. Ma ti stavo raccontando del sesso. Non è facile farlo sempre. Per tenere alla larga Renato, che ci metteva ore a finire, a volte nel cibo gli mettevo una medicina, mi pare si chiamasse Roip o qualcosa del genere. Così gli veniva sonno, si addormentava e mi lasciava in pace. Il sesso l’ho fatto per mantenermi, non mi è mai piaciuto e mo’ te la dico tutta: non so che cosa voglia dire avere un orgasmo. Che è quella faccia? Non sto scherzando. L’atto vero e proprio mi dava soddisfazione solo perché vedevo soddisfatto e fuori di testa il tizio che mi ero scelta o che mi aveva scelto. Lui, il lui di turno, voleva fottere me, in senso sessuale. Io volevo fottere lui, ma il sesso era solo un mezzo. Fisicamente non sentivo nulla e non vedevo l’ora che finisse. È sempre stato così. Pensa che il primo libro che mi ha regalato mio marito Bruno è stato un volume sulla sessualità. Anzi, diciamola tutta, sulla frigidità».
Pausa. Sorride: «Ma voglio parlarti ancora di Roberto Calvi».
Stralci dal libro Segreto Criminale di Raffaella Notariale con Sabrina Minardi
PRIMA PAGINA: LETTA, IL GOVERNO NON DURERÀ – L’OFFERTA DI BOSSI A FINI – DA ARCORE AI NARCOS
CORRIERE DELLA SERA - In apertura “L’offerta di bossi a Fini“. Di spalla editoriale di Angelo Panebianco dal titolo “Cristiani invisibili”. In rilievo “E la Moratti ‘ricuce’ gli strappi di Roma” e “Manovra ridotta: salta il bonus energetico”. Al centro pagina “La battaglia d’Inghilterra degli studenti. Scontri a Londra per l’aumento delle imposte universitarie“. Accanto: “Il governo, 300 milioni e sospensione dei mutui per l’alluvione in Veneto”. Inbasso “La pm di Ruby accusa: Non autorizzai l’affido“.
LA REPUBBLICA - In apertura: “Letta, il governo non durerà“. Di spalla: Draghi, subito nuove regole per la finanza”. In basso articolo di Jacques Attali “Il decalogo per salvare l’Italia“. Al centro pagina: “Ruby, il pm dei minorenni smentisce Procura e Maroni“. Più in basso: “Anche il Sud sott’acqua, per il Veneto arrivano 300 milioni”. In evidenza: “Londra, studenti in rivolta, assaltata la sede dei Tory“.
LA STAMPA – In apertura: “L’ultimo rilancio di Bossi“. Di spalla editoriale di Michele Ainis dal titolo: “L’incubo della politica in stallo”. In evidenza: “Il caso Ruby, Pm dei minori contro Maroni” e “Finanziaria, Tremonti si ferma a 5,5 miliardi. Via libera anche da finiani e Udc“. Al centro pagina: “Londra, esplode la rivolta degli studenti”. In risalto anche “Il G20 a Seul, Obama respinge le critiche, la Cina rivaluta lo yuan”. E ancora: “La famiglia ai raggi X: gli uomini hanno un’ora di tempo libero in più”.
IL MESSAGGERO – In apertura: “Letta: governo, prospettive strette“. Di spalla editoriale di Mario Ajello, “Basta svilire l’unità del Paese“. Al centro pagina: “Roma, la rimonta continua. Lazio, un’amara caduta”. Accanto: “Assenteisti alla Camera, chiesto il giudizio per diciassette dipendenti” e “Ruby, il pm dei minori contro Maroni e Procura: mai autorizzato l’affido”. In basso, sul delitto di Avetrana, “Sabrina e l’omicidio al maschile“.
IL GIORNALE - In apertura “Governo, si sfascia tutto“. Di spalla lettera aperta di Marcello Veneziani al capo dello Stato Giorgio Napolitano: “Caro presidente, adesso fermi il clima d’odio”. Al centro pagina: “Dal Fatto a Raitre, viaggio nelle vere fabbriche del fango“, “Crolli senza padre se al potere c’è il centrosinistra” e “E i giornali inventano la rivolta degli alluvionati”. In basso “Vogliono sfrattare i mariti dalla sala parto”.
IL SOLE 24 ORE - In apertura “Borse in allarme sull’Europa“. Di spalla editoriale di Carlo Bastasin “Un Atlantico in piena tempesta”. Al centro pagina: “Guerriglia a Londra, gli studenti contro Cameron per l’aumento delle tasse universitarie”. In basso: “In finanziaria 5,5 miliardi per rilanciare lo sviluppo“.
ITALIA OGGI – In apertura: “La manovra taglia il 55 per cento“. Al centro pagina: “Rifiuti tracciabili a 360 gradi”. In evidenza: “La gente crede sempre meno nelle lotterie. Per pagare i premi lo stato usa le riserve“.
IL TEMPO - In apertura: “Biscottone per Silvio“. Al centro pagina: “Pier e Gianfry, scene di sbugoverno”. In evidenza: “Sicuri i titoli italiani. I bot non ballano il bunga Bunga“. In basso: “La Roma prende quota e la Lazio tocca terra”.
L’UNITA’ - In apertura: “Sfiducia“. In evidenza: “Perla Genovesi e le 13 telefonate con la Russa” e “Sono i migranti ad aiutare il Veneto a spalare il fango”.
IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Da Arcore ai narcos“. Di spalla editoriale di Furio Colombo dal titolo: “La vita breve”. In evidenza: “La pm contro Maroni, mai data in affido Ruby”. Al centro pagina: “Napolitano vede nero, il governo appeso a Massidda“. In rilievo lettera di Marco Travaglio a Benigni: “Caro Roberto, datti una spettinata”.
da “il Velino.it“
CARLO FRECCERO: “È ASSURDO CHE FEDERICA SIA MESSA ALLA GOGNA. SEMMAI È IL CONTRARIO: BISOGNEREBBE PROCESSARE I GIUDICI E I CARABINIERI PER QUELLO CHE LORO NON HANNO FATTO – LA MADRE DI SARAH NON È STATA STRUMENTALIZZATA. SEMMAI LA SCIARELLI È UNO DEI POCHI STRUMENTI CHE UNA MADRE PROLETARIA HA PER FARE PRESSIONI SULLE ISTITUZIONI. PER ESSERE ASCOLTATA. E INFATTI COSÌ È STATO”
“È assurdo che Federica sia messa alla gogna. Non condivido nemmeno una parola, fra tutte quelle pronunciate per criticare la Sciarelli e Chi l’ha visto? Non condivido nemmeno l’articolo che hai scritto (leggi il blog di Luca Telese). Il problema che quella diretta pone, non è il giudizio sulla singola scelta di un conduttore, ma su tutto il rapporto fra la tv, le notizie, la società”.

COGNE
Carlo Freccero, come è noto, stupisce sempre. Il direttore di Rai4 (incredibilmente) sottratto al canale che inventato, fondato, e portato al successo, non può ancora parlare dell’ultima censura che ha subito. Però accetta di entrare nel dibattito innescato dal racconto in diretta del ritrovamento di Sarah di fronte alla madre. Che Freccero non si faccia problemi ad andare controcorrente si capisce fin dalla prima domanda.
Sei stato direttore di rete per tanti anni, cosa avresti fatto al posto di Ruffini quella sera?
Non ho il minimo dubbio. Avrei chiesto che il programma proseguisse, che la madre rimanesse lì, in studio, fino alla fine.
Non pensi che per Concetta sia stata una sofferenza aggiunta, l’esposizione pubblica del suo dolore?
No. Quello che è successo, l’affastellarsi delle notizie, la rivelazione dell’orrore era purtroppo inevitabile. La televisione è il racconto in diretta della realtà, non poteva abbassare la saracinesca e chiudere il collegamento.
Perché?
Perché pochi hanno capito che tutto questo era stato voluto profondamente e fermamente dalla stessa Concetta.
Era stato voluto senza sapere in quale dramma si sarebbe ritrovata.
Prima di risponderti va fatta una riflessione sull’assoluta unicità di Chi l’ha visto?, l’ultimo programma che parte dalla realtà della società italiana.
Spiegati meglio.
Chi l’ha visto? è il frutto dell’invenzione di un dirigente come Beghin, uno tra i più colti uomini che la Rai abbia mai avuto. Una strana coincidenza temporale, vuole che la sua morte coincida di pochi giorni con questa polemica sulla sua creatura.
Quale è la peculiarità?
Chi l’ha visto? è la Cronaca vera. È il racconto dei segreti profondi della famiglia italiana. È una infinita lotta contro le violenze nascoste che vivono dentro l’istituzione-famiglia.
Stai dicendo che Chi l’ha visto? Può permettersi cose che gli altri programmi non devono fare?
Qualcosa di più: senza Chi l’ha visto? Non ci sarebbe stata quell’inchiesta-lampo, la pressione sui media, la confessione in diretta della zio, e nemmeno il ritrovamento.
Una lettura interessante: ma non è la risposta alla domanda su cosa si doveva fare.
Invece sì. Perché Concetta non è stata strumentalizzata. Concetta ha usato la Sciarelli, anche istintivamente, con la forza che solo una madre disperata può avere.

ERIKA E OMAR
Però quella sera era evidentemente sotto choc: noi che facciamo tv non dovremmo preoccuparci di questo?
Non diciamo fesserie. Concetta era sotto choc dal primo giorno in cui Sarah è scomparsa. Ma questo non toglie legittimità a nessuna delle scelte che ha fatto, compresa quella di restare in onda.
Non è ipotizzabile che fosse difficile andarsene, anche se era la cosa più opportuna?
Ma non aveva senso, andarsene! Concetta voleva restare lì, perché la tv era il luogo in cui stavano accadendo le cose. Era, diciamo così, la postazione privilegiata per capire cosa stava accadendo.

OLINDO E ROSA ERBA
Fino al paradosso, però, che – dal momento che il telefonino non prendeva – i carabinieri non riuscivano a contattarla!
Ma qui siamo alla farsa. Trovo assurdo che qualcuno possa rimproverare questo alla Sciarelli. Semmai è il contrario: bisognerebbe processare i giudici e i carabinieri per quello che loro non hanno fatto.
Cioè?
Una conduttrice non è una mediatrice, né tantomeno una assistente sociale. Non spetta a lei. È una giornalista che deve dare le notizie. Casomai sono colpevoli le autorità per quello che non hanno fatto. Concetta era in diretta. Anziché far circolare indiscrezioni, la prima cosa da fare era mandare due carabinieri a casa, prelevarla, e informarla privatamente di quello che era successo.

FEDERICA SCIARELLI LEGGE IN DIRETTA LA CONFESSIONE DI MICHELE MISSERI
Sarebbe accaduto, tutto questo, se fosse stata una madre borghese?
Che domanda, no! Ma questo è un problema della nostra società, non della tv. Semmai la Sciarelli è uno dei pochi strumenti che una madre proletaria ha per fare pressioni sulle istituzioni. Per essere ascoltata. E infatti così è stato.
Spieghiamolo meglio.
Pensate a cosa ha fatto Chi l’ha visto? Sul caso di Emanuela Orlandi. Ha indagato più della magistratura!
E la scelta di fare la diretta dalla casa del principale sospettato?
Ma anche qui ha ragione la Sciarelli! Era, fra l’altro, la casa della migliore amica di Sarah, della testimone più importante. Era il cuore di tutto. Lo zio era quello che aveva trovato il telefonino. Questo è un programma che indaga, non che intrattiene.
Ma neghi che qualcosa sia andato fuori controllo?
Certo. Si è ripetuto un altro caso Vermicino. Ancora una volta è stata la diretta a fare la differenza. Io credo ormai che la tv sia solo il racconto della diretta. E infatti, quella sera, tutto il resto era invecchiato.
Ma allora l’unica legge che riconosci è quella della notizia?
Chi l’ha visto? è più del racconto, la teatralizzazione del racconto. È il Pirandellismo dei giorni moderni. È l’Italia povera fotografata dal rapporto Censis che nessuno più racconta. È l’Italia dei 17 milioni di analfabeti.
È proprio questa Italia la più indifesa rispetto alle telecamere…
Certo: purtroppo l’ingranaggio della tv spolpa. Ma allora, molto più grave di quello che fa Chi l’ha visto?, non è che tutta la famiglia adesso si ritrovi squartata nei palinsesti di tutti i canali?
Luca Telese per il Fatto Quotidiano
DAL POZZO DI VERMICINO AL DELITTO DI AVETRANA: SI PUÒ STACCARE LA SPINA DALL’ORRORE?
Ieri, mentre si celebravano i funerali della povera Sarah, al Corriere sono continuate a giungere centinaia di mail di protesta sul programma «Chi l’ha visto?», sull’opportunità di annunciare in diretta alla madre la morte atroce della figlia. Le proteste contro la trasmissione continuano da giorni. Ogni volta per esprimere sdegno e rabbia, come se una moviola potesse far tornare indietro il tempo e una mano soccorrevole spegnere quella telecamera. Passata la commozione e superato lo shock, dobbiamo provare a ragionare a mente fredda. Certo, la trasmissione poteva essere interrotta e la regia evitare di indugiare sul volto pietrificato della madre, ma in simili situazioni è ancora possibile staccare la spina?
Spenta la telecamera di un programma dedicato alle persone scomparse, siamo sicuri che non sarebbe rimasta accesa quella di una tv locale? I media non sono più soltanto strumenti del comunicare, ma rappresentano un nuovo ambiente in cui viviamo, nuotiamo galleggiamo. Interrotto «Chi l’ha visto?», forse noi oggi inseguiremmo sul web quello stesso volto pietrificato, ripreso magari da un telefonino.

LA MADRE DI SARAH APPRENDE DALLA SCIARELLI LA MORTE DELLA FIGLIA
Nel 1981 è successa la terribile tragedia di Vermicino, un’atroce, lunga diretta sull’agonia di un bambino sprofondato in un pozzo. Vermicino è stato un punto di non ritorno, una di quelle strade dannate e assurde che l’umanità ogni tanto imbocca e dalla quale non sa più tornare indietro. Con Vermicino qualcosa si è spezzato per sempre. Da allora, tutti i canali hanno alimentato il filone orrorifico, a stento mascherandolo: il dolore come show, la sofferenza come osceno lievito dell’ascolto. Ogni volta, il luogo della tragedia si trasforma in un enorme set televisivo, con il fondato rischio che il dolore declini in spettacolo. Un fremito sembra anzi scuotere gli astanti, parenti e amici (perché la madre era in tv, aveva solo la Sciarelli cui chiedere soccorso?).
Ma «l’effetto Vermicino» riguarda solo l’Italia o è così in tutto il mondo? Qualche anno dopo, era il maggio del 1985, a Bruxelles Juventus e Liverpool si giocavano la finale della Coppa dei campioni. Ebbene, quella sera, allo stadio Heysel, rimasero uccise 39 persone (più 580 feriti): l’infausta serata fece il giro del mondo in diretta e solo la tv tedesca si rifiutò di mandare in onda le immagini. In questo momento, in Cile, 33 minatori sono ancora intrappolati nella miniera di San José. Una trivella sta per raggiungerli e liberarli. Intanto, fuori, c’è un accampamento dove bivaccano parenti e troupe giunte da tutto il mondo. Qualcuno ha evocato il film ‘L’asso nella manica’. Speriamo vivamente nel lieto fine, ma succedesse una disgrazia finirebbe immediatamente nell’etere. Nel luglio di quest’anno, abbiamo assistito alla tragedia di Duisburg, in Germania, dove 19 ragazzi sono morti a un raduno, la Love parade, per le conseguenze di una calca improvvisa scatenata da momento di panico. C’era la tv, ma c’erano soprattutto i telefonini dei ragazzi che sui social network hanno immediatamente caricato i filmati di quel terribile incidente. Se qualche funzionario avesse stoppato le riprese televisive, la tragedia sarebbe comunque andata in onda in diretta, con nuove e inusuali modalità.
L’11 settembre, la stazione di Atocha, l’Iraq, la scuola in Ossezia, l’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi da parte dei carnefici di Al Qaeda… Sembra che la brutalità sia la sola retorica della nostra epoca, il solo modo con cui ci esprimiamo. Ci sono giorni in cui malediciamo i media perché mostrano quello che non vorremmo mai vedere: morte, distruzione, sangue. Del resto, i fratelli Kennedy, presidenti del Paese tecnologicamente e democraticamente più avanzato, sono morti sotto l’occhio delle telecamere. Dalla Striscia di Gaza ci giungono spesso immagini di morte. Solo Israele tende a non mostrare l’orrore in tv, come se il ricordo della Shoah fosse sacro e inviolabile: una decisione, la sua, però contestata da molti, quasi che la ritrosia dello Stato di Israele a mostrare lo strazio delle sue vittime favorisca la propaganda avversa. A volte, abbiamo la sensazione che certi conduttori, come sciacalli, siano pagati per non retrocedere mai di fronte a ciò che non comprendono, per avere parole anche quando non hanno pensieri e che la tv non conosca la potenza del lutto: altrimenti saprebbe ancora far calare il sipario sull’orrore. Bisogna smetterla di parlare della normalità del male; qui siamo di fronte al male della normalità.
Un passo indietro si riesce a fare solo quando un’intera comunità ristabilisce il senso del tabù. Ma, da Vermicino, tornando al caso della povera Sarah, il Servizio pubblico non ha mai dettato un codice di comportamento per casi simili, anzi ha allegramente alimentato trasmissioni che hanno trasformato la tragedia in entertainment: il «Novi Ligure show», il «Cogne Show», l’«Erba show», il «Garlasco show» e via elencando. Ha lasciato alla sensibilità dei singoli l’onere di non degenerare. L’etica è un insieme di valori condivisi, appartiene prima alla società, poi alla rete televisiva e infine, di conseguenza, ai singoli conduttori.
Aldo Grasso per il Corriere della Sera





