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Appunti brevi (ma anche meno brevi) di politica & altro

Posts Tagged ‘Nichi Vendola

“SONO INDAGATO”

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Nichi Vendola è indagato perché ha scelto quello che riteneva il meglio… ovvero il professor Paolo Sardelli, primario di chirurgia toracica all’ospedale San Paolo di Bari. “L’accusa – ha spiegato il Presidente della regione Puglia – nasce solo e soltanto dalle dichiarazioni della dottoressa Lea Cosentino, la quale avrebbe asserito che all’origine di questa mia veemente interferenza ci sarebbe la mia amicizia con il professor Paolo Sardelli, elemento questo che è stato già autorevolmente smentito nei mesi scorsi dal professor Sardelli che ho conosciuto per essere una vera promessa della scienza medica. Ma io a questo concorso, come a tutti i concorsi, mi sono interessato nella misura di chiedere che fossero concorsi veri, che avessero una platea credibile di partecipanti e che potesse vincere il migliore. Credo che se c’è un tratto che ha contraddistinto in tutti questi anni la mia azione, è stata sempre quella di garantire la tutela dell’interesse pubblico, del diritto alla salute, la tutela della trasparenza e del buon andamento della pubblica amministrazione. Da questo punto di vista consideravo importante, essendo stato depositario di questo atto, darne conto alla stampa“.

ADDIO LETIZIA!

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ADDIO LETIZIA!

La foto l’ho trovata sul sito de Il Fatto Quotidiano. Purtroppo non era indicato l’autore. Credo che sia una delle foto più belle fatte in questi giorni, molto più di quella dell’arcobaleno a Piazza del Duomo. A parte l’evidente citazione delle opere di Mimmo Rotella credo che esprima meglio di qualsiasi commento quello che è accaduto a Milano (ma anche a Napoli e in altre decine di città andate al ballottaggio). La stratificazione di manifesti strappati apre uno squarcio sul falso mondo dell’apparire. Cosa c’è di più falso di un manifesto elettorale? Ma nella foto c’è qualcosa di più. Quello che è accaduto in questi ultimi giorni ha del “meraviglioso”. E’ crollata la cittadella dell’apparire, la roccaforte della fiction politica, quella attraverso la quale B. ha conquistato l’egemonia. Non penso ad un luogo fisico preciso, ad una città, ma al Paese tutto, addormentato dal gran giullare attraverso l’incantesimo colorato e ovattato della televisione. E’ crollato il castello di carta del mondo della vita catodica, falsa e volgare, ed è rinato quello della passione, della vita vera.

RE MIDA NON RIESCE PIÙ A TRASFORMARE IN ORO TUTTO QUELLO CHE TOCCA!

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Ho guardato alcuni dati reali nei comuni del Nord, del Centro e del Sud. Molti sono ancora parziali, ma da qualche parte hanno finito di “contare”. L’impressione che se ne ricava è netta! In valori assoluti si tratta del peggior risultato della destra italiana da quando Silvio Berlusconi è sceso in politica. Da Trieste a Cagliari, da Milano a Napoli, da Montecastello a Triggiano il dato è inequivocabile. Pisapia ha rischiato di vincere al primo turno (a Milano Pd e Pdl sono appaiati intorno al 29%). Lettieri ha preso una batosta che non dimenticherà facilmente, nonostante si sia mosso tutto il Pdl campano ad appoggiarlo. Ma soprattutto le liste civiche in centinaia di piccole e medie città del Nord sbaragliano la Lega. Re Mida non riesce più a trasformare in oro tutto quello che tocca!

QUALCOSA STA CAMBIANDO?

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Sembra che qualcosa stia cambiando anche in questo Paese addormentato! I dati sono molto incerti (le proiezioni in Italia hanno collezionato troppi svarioni per essere certi del loro responso), ma una tendenza sembrano indicarla. L’Italia è sempre divisa su questo non c’è dubbio, tuttavia i partiti storici segnano il passo, PD e Pdl non riescono ad essere decisivi nella raccolta del consenso. La signora Moratti andrà al ballottaggio con Pisapia? Se dovesse accadere sarebbe un segnale di non poco conto per il presidente del Consiglio, capolista. E qualche domanda sospettosa nel centrodestra si porrà già da domani mattina: Come si sono orientati gli elettori della Lega? E che faranno nel ballottaggio? De Magistris se la vedrà con Lettieri a Napoli? Se dovesse accadere significherebbe che ha prevalso nella sinistra la volontà di azzerare tutto, di mandare a casa la nomenclatura “nascosta” nelle liste che appoggiavano Morcone. Merola dovrà andare al ballottaggio con Bernardini? Se fosse vero vorrebbe dire che il PD non è più in grado di intercettare il “brodo” della sinistra nella città “simbolo” tra tra quelle che ha sempre governato, o quasi. Fassino passerà al primo turno? Se fosse vero sarebbe il segno di un solco profondo lasciato da Sergio Chiamparino, una eredità ancora ricca di frutti prelibati.

Poi bisognerà vedere cosa è accaduto nel resto d’Italia! Ad ogni modo se si dovessero confermare i risultati ipotizzati dalle proiezioni vorrebbe dire che B. non sarà più così sicuro di rivincere le prossime “politiche”.

MAFIE AL NORD. VENDOLA VERSUS FORMIGONI

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Nichi Vendola: “La Lombardia era ed è la regione più mafiosa d’Italia…
Roberto Formigoni: “Vendola è un miserabile, lo sapevamo, lo conferma… è sotto l’effetto di qualche sostanza…
Nichi Vendola: “Se Formigoni cerca qualcuno dedidto all’uso delle sostanze stupefacenti non deve rivolgersi a me, deve guardarsi attorno…

Scritto da colas

25 marzo 2011 alle 20:44

QUELLA BRUTTA STORIA DELLA CRICCA DI “GIANPI” IN PUGLIA

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Nei piani di Gianpi Tarantini non c’era soltanto il premier Silvio Berlusconi. C’era anche l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema. L’obiettivo: essere “accreditato”. È il 4 settembre 2009 quando, dinanzi alla pm Desirè di Geronimo, Tarantini racconta lo scopo della cena organizzata al ristorante “La Pignata” di Bari: “Invitare i primi dirigenti delle Asl, i primari e fare bella figura, facendo vedere che c’era il presidente D’Alema. Non era la finalità di finanziare un partito, non me ne fregava niente (…). Quando vuoi fare bella figura con i primari, i dirigenti di una Asl, inviti il ministro degli Esteri, sei un po’ più accreditato“.

Gianpi Tarantini

D’Alema ha sempre dichiarato di aver incontrato Tarantini senza sapere chi fosse. Ma la versione dell’ex ministro degli esteri deve fare i conti con quella di Tarantini che più volte nell’interrogatorio, ribadisce di aver frequentato un intimo amico di D’Alema, Roberto de Santis. E oltre l’incontro in barca a Ponza, Gianpi, riferisce di un ulteriore week end con D’Alema, nel Salento.

E l’idea della cena, spiega Tarantini, nasce proprio dai precedenti incontri con D’Alema: “Avendo fatto quel viaggio con D’Alema… nel 2007… speravo che l’amicizia con de Santis potesse giovarmi, anche presentandomi qualche esponente del Pd, il vantaggio era quello…. L’idea è nata perché volevo sponsorizzare il Pd e fare bella figura con dirigenti e primari, esclusivamente quello. Per essere accreditato“. “Lavorare nell’ambito della Sanità?“, domanda il pm. “Sì, certo“, risponde lui.

Sebbene gli affari di Tarantini nel settore protesi, comunque, procedessero bene, Gianpi cerca comunque una sponda nel Pd. L’appoggio politico può risultare utile per contrastare l’ascesa delle aziende concorrenti: quelle dei figli di Tedesco. Ed ecco che il peso del conflitto d’interessi nella sanità pugliese, anche da questo verbale, emerge con chiarezza: “Se sei il figlio di un politico…!”, dice Tarantini alla pm, “hai qualcosa in più (…) Ti presenti come Carlo o Giuseppe Tedesco, era un’imposizione, credo!”.

Tedesco era considerato un uomo di D’Alema e anche Gianpi punta all’ex ministro degli Esteri. Il tramite tra i due è l’imprenditore Roberto de Santis. “I suoi rapporti con D’Alema e il Pd quali erano?“, chiede la pm. “Ho un rapporto di amicizia con de Santis“, risponde Tarantini: “Tra il 2001 e il 2003 ci frequentavamo molto, non solo a Bari, abbiamo fatto week end insieme con le mogli, anche da soli“. “Dove vi vedevate?“, domanda la pm. “Lecce, Bari, Roma, Milano, siamo andati anche a New York, credo, abbiamo fatto un week end insieme con lui, D’Alema“.

Dalla lettura del verbale non è chiaro – ma sembra improbabile – se D’Alema abbia partecipato al week end a New York. Ma i due si sono incontrati. “De Santis quand’è che le ha fatto conoscere D’Alema?“, incalza ancora la pm. “Ho conosciuto D’Alema in più occasioni, in particolar modo abbiamo fatto un week end insieme, io ero in barca con il dottor Francesco Maldarizzi, avevano organizzato questo week end con D’Alema, con la sua barca, e de Santis con la barca di D’AlemaAndammo a Ponza. Facemmo questo week end e poi forse un altro nel Salento, non ricordo se quello nel Salento fu organizzato o ci trovammo lì per caso, comunque c’era anche D’Alema“. E fu così che nacque l’idea della cena. “Chiesi a de Santis la presenza di Massimo D’Alema, il quale partecipò a tutta la cena, sia lui che il dottor Michele Emiliano, a differenza di quanto scritto sui giornali che è stato solo 10 minuti. D’Alema arrivò intorno alle undici, Emiliano arrivò puntualissimo e andò via per ultimo. Abbiamo pagato un conto di 1.770 euro“.

Anche dai verbali emerge, quindi, che il sistema sanitario, per gli imprenditori, ruotava sul potenziamento della “rete” politica, interna al centrosinistra che governa la regione, per accaparrarsi nuove fette di mercato o mantenere quelle già esistenti. Soprattutto nel campo delle protesi sanitarie dove, con la presenza sul mercato dei propri figli, l’ex assessore Tedesco appariva in evidente conflitto d’interessi. Un conflitto d’interessi che non sfugge neanche al presidente Nichi Vendola. Interrogato dalla pm, però, il governatore rivela le sue strategie per aggirare la potenza del Pd.

Guardi – dice Vendola – ho cercato di immettere personalità estranee al sistema che potessero offrirmi una lettura più libera (…) delle cose che accadevano in Sanità. L’assessore Tedesco ha portato in Consiglio, ha esibito anche documentazione, per spiegare che non eravamo di fronte a nessun tipo di vantaggio. Era il momento della questione esplosa del conflitto di interessi. Un momento particolarmente difficile, perché ho due strade di fronte a me“.

MICHELE EMILIANO - SINDACO BARI

Ed ecco la strategia: “Posso fare due cose differenti: assumere la questione del conflitto di interessi e dire a Tedesco: ‘Vai a casa’. A quel punto, il colpo nei confronti del partito di Tedesco è abbastanza serio. Rischio di subire la nomina di un’altra persona e d’essere in una condizione svantaggiata. Non so se è chiaro. Il colpo dato al Pd, in una condizione del genere – laddove persino l’opposizione dice: ‘Non ci sono reati’ – significava rischiare, per me, di finire prigioniero politico, rispetto a un settore su cui volevo implementare la mia capacità di controllo“.

Ed ecco l’alternativa: “La campagna sul conflitto di interessi aveva messo sotto botta Tedesco, lui usciva ammaccato, mi doveva tutto, perché in Consiglio regionale ho detto: ‘Se fossi un cinico, lo liquiderei senza battere ciglio, avrei un applauso popolare’ (…). Mentre in questa condizione, ammaccato politicamente, da me difeso, al centro di attenzioni investigative, immagino che la conduzione dell’assessorato sarà fatto nella modalità migliore. E potrà essere il tempo in cui comincia il cambiamento in Sanità“.

di Antonio Massari per Il Fatto

Scritto da colas

28 febbraio 2011 alle 10:53

E se Nichi Vendola, approfittando dello sconquasso del Pd, volesse solo riportare in Parlamento la sinistra radicale?

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È da tre giorni che volevo scriverlo e finalmente trovo un momento per farlo: mai nessun intervento di Vendola è stato per me così illuminante come quello a «Che tempo che fa» domenica scorsa. È infatti da quando Vendola si è proposto come possibile leader del centrosinistra nazionale che mi chiedo se ci è o ci fa. Se cioè mira a costruire la sua candidatura come una alternativa seriamente e pragmaticamente propositiva per la sinistra del Paese, o se invece mira solo a riportare in Parlamento la sinistra radicale, ingrossandone le fila con i delusi del Pd.

Ebbene, domenica Vendola è stato chiarissimo: dice la prima cosa, ma vuole la seconda. Dunque ci fa.

Quando mi è stato chiaro che vuole la seconda cosa? Almeno tre volte:

  1. la prima è all’inizio dell’intervista, al minuto 00:49, quando Vendola dice «Io penso che bisogna avere il coraggio di dire che siamo minoranza»;
  2. la seconda, sempre all’inizio dell’intervista, quando dal minuto 2:57 in poi Fazio gli chiede: «In assoluto, è preferibile vincere male o perdere bene?», e lui risponde netto: «No, è meglio perdere bene»;
  3. la terza è circa a tre minuti e mezzo dalla fine dell’intervista. Qui Vendola è molto confuso, perché dice cose contraddittorie e mena un po’ (un bel po’) il can per l’aia, ma la sostanza si capisce lo stesso: dice che la coalizione di centrosinistra non c’è («Non credo sia all’ordine del giorno»), dice che non crede che nei termini in cui gliela propongono si possa fare («la coalizione in astratto non si può fare», «se la coalizione è questa specia di alchimia che bisogna inventarsi al chiuso…»), ma dice pure che non fa un passo indietro rispetto all’idea di candidarsi alle primarie. In pratica vorrebbe candidarsi alle primarie di una coalizione che non c’è e che gli sta bene che non ci sia? Bah.

Per me tutto ciò vuol dire che Vendola vuol solo ampliare la nicchia di voti a sinistra del Pd e con quelli andare in Parlamento. Punto.

di Giovanna Cosenza per DIS.AMB.IGUANDO

La prima parte dell’intervista di Fazio:


La seconda parte dell’intervista di Fazio:

Perché nemmeno la forte disillusione di tanti italiani nei confronti di Berlusconi, il fatto che ormai più nessuno creda nella «rivoluzione liberale», promessa e mai attuata, spostano a sinistra l’asse politico del Paese?

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La mancata firma del contratto dei metalmeccanici a Mirafiori da parte della FIOM, insieme alla riforma dell’università voluta dal Governo, continuano a suscitare un dibattito dai toni  forti. Nei fatti il Paese appare diviso tra un’area del sì, un’area del no e una maggioranza di “attendisti”, ovvero di italiani che non esprimono adesione ai contenuti di questi due cambiamenti nel mondo del lavoro e in quello dell’istruzione, ma nemmeno si sentono di criticare radicalmente quanto sta accadendo.

Scrive oggi Angelo Panebianco sul Corriere della Sera:

La domanda che la sinistra italiana dovrebbe porsi è la seguente: perché nemmeno la forte disillusione di tanti italiani nei confronti di Berlusconi, il fatto che ormai più nessuno creda nella «rivoluzione liberale» sempre promessa e mai attuata spostano a sinistra l’asse politico del Paese? Può essere che la risposta giusta sia la seguente: dovendo scegliere fra ciò che ritiene un male (Berlusconi) e ciò che ritiene un male ancora maggiore (la sinistra), il grosso degli italiani continua a optare per la minimizzazione del danno, per il male minore. Una delle ragioni, forse, è che, tolta una cospicua ma minoritaria area di conservatori a oltranza, la maggioranza relativa degli italiani pensa che stare fermi condannerebbe il Paese alla decadenza economica e sociale e che risposte magari insufficienti, o anche sbagliate, ai problemi collettivi, siano comunque preferibili alle non risposte.

La mia impressione è che il “conservatorismo” della sinistra sia determinato più che dall’incapacità di cogliere il nuovo, ovvero di elaborare risposte all’esigenza di cambiamento che sale dalla società civile italiana, dalla scelta di restare in trincea, di combattere una guerra di logoramento, di continuare a prediligere il tatticismo rispetto ad una offensiva strategica. La sinistra insomma è caduta nella trappola di B. ed ha accettato il confronto non sui grandi temi di trasformazione del Paese, ma sulle maggioranze che traballano, sulle leggi ad personam, sui contenuti marginali dell’attività governativa.

Giulio Tremonti non ha aumentato le tasse, ma nei fatti le famiglie italiane il prossimo anno spenderanno tra i 1.200 e i 1.500 euro in più. Non è poco per chi non riesce ad arrivare alla fine del mese. Ma non basta erigere barricate (tra l’altro dimostratesi inutili) in Parlamento o per la strada. Occorrerebbe presentare al Paese un progetto alternativo di “uscita dalla crisi”, di rilancio dell’occupazione, di equità fiscale, di rilettura delle relazioni industriali tra sindacato e Confindustra. La critica di quello che fa il Governo, o di quello che Sergio Marchionne riesce a strappare ai sindacati favorevoli all’accordo è una attività “sterile”. O la sinistra sviluppa una propria strategia, basata su una visione complessiva del futuro, o si rassegna al destino minoritario.

Ritengo che per farlo occorra “mandare a casa” i tattici, ovvero quella generazione di politici abituati all’inciucio e all’accordo sottobanco. Nichi Vendola ha ragione quando afferma che manca la capacità di “narrare” il futuro. Purtroppo sbaglia quando ritiene di conquistare la leadership della “sinistra” italiana con i proclami barricaderi. Il Paese non si governa con il “radicalismo”!

Purtroppo c’è bisogno di tempo. Le trasformazioni di cui il PD ed i suoi alleati hanno bisogno devono ancora maturare. Il dibattito dentro l’Italia dei Valori, ma soprattutto quello dentro il Partito Democratico e Sinistra e Libertà deve continuare a crescere e svilupparsi. La mia impressione è che il Partito Democratico è destinato a perdere altri “pezzi”. La fusione a freddo non solo non è riuscita, ma ha portato in Parlamento soggetti assolutamente estranei al progetto “democratico”. Spero che i “rottamatori” trovino nuovo slancio, ma anche che emerga presto una nuova leadership, capace di coniugare il passato con il futuro.

by COLAS

“CORRIERE” E “REPUBBLICA TRADISCONO FINI

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Non è priva di interesse la lettura dei quotidiani nel day after della megafiguraccia di Gianfranco Fini: il giornale ancora più leale con il presidente della Camera è tutto sommato il “Sole 24 ore” che con Stefano Folli, Andrea Romano e Miguel Gotor sostiene sostanzialmente che hanno perso sia l’ex leader di An sia Silvio Berlusconi.

Tranchant il “Corriere della sera”che con il suo editorialista più autorevole, Sergio Romano, chiede di fatto le dimissioni del presidente di Montecitorio. In via Solferino la linea editoriale durante questi mesi era stata molto articolata. L’influenza del “socio” più autorevole di Rcs quotidiani (Giovanni Bazoli) secondo alcuni si intravedeva in un certo orientamento teso a favorire la sostituzione di Berlusconi: si collegava a questo indirizzo l’attenzione a uno scontro nella definizione degli equilibri economici nazionali (attacchi particolarmente duri contro l’Eni venivano letti da più osservatori come strumenti di pressione innanzitutto intorno alle vicende di Edison e all’obiettivo di far crescere la presenza degli amichetti francesi di Banca Intesa).

Ma nel Corrierone, grande quotidiano di qualità, sempre ricco di opinioni e intelligenze diversificate, si potevano trovare anche sponde all’ex direttore Paolo Mieli con interventi a protezione dei “traditori” finiani così come sferzate implacabili di Ernesto Galli Della Loggia contro un uomo essenzialmente “fallito” come l’ex segretario del Msi.

Alla fine – quando anche Mieli, a cui si potrà imputare un eccesso di passione per la manovra ma non la mancanza di acume, ha detto a chiare lettere che Fini aveva perso – è arrivata la sentenza finale: via lo sconfitto da Montecitorio. Un’indicazione che non potrà non pesare.

Un’altra presa di posizione che conterà molto, anche perché spiazza tutta la sinistra, è quella della Repubblica: un giornale partito come quello di Largo Fochetti quando assume un orientamento non lo fa sulla base di un’analisi contingente ma di una strategia politica. Associarsi alla richiesta delle dimissioni di Fini (sia pure indorata da Ezio Mauro con un appello a fare questa scelta per essere più libero di partecipare alla battaglia antiberlusconiana) è esprimere un’opinione che condizionerà terribilmente i destini del capo futurista.

Perché questa posizione? Carlo De Benedetti da tempo cercava di guidare la politica italiana verso un ritorno al sistema proporzionale: dopo che Massimo D’Alema aveva messo Pierluigi Bersani alla testa del Pd, il presidente onorario della Cir, nonostante che con l’ex ministro dell’Industria avesse antiche amicizie molto elettriche, non si sentiva in controllo del maggior partito della sinistra e cercava di trovare una soluzione che consentisse a lui e al suo gruppo più possibilità di influenza sulla politica.

Per questo motivo aveva appoggiato la scissione di Francesco Rutelli nel Pd e alla fine aveva sostenuto il tentativo finiano. Ma con molto mal di pancia: non si fida infatti di Pierferdinando Casini, detesta D’Alema che è dietro molti dei giochi attuali, con il principale regista di Fini (Mieli) non ha affatto consonanza.

Finché il presidente della Camera era utile per disarticolare il berlusconismo, lo ha appoggiato, oggi lo scarica come un cane morto che non può mordere nessuno e fa soltanto puzza: per capire quanto poco sia stimato il presidente della Camera all’estero basta leggere l’ultimo numero di un settimanale molto caro a De Benedetti l’Economist che spiega come lo spostamento a “sinistra” di Fini sia avvenuto grazie all’ala più estremista, più “fascista” dell’ex Msi.

Da uomini realisti quelli della Repubblica si sono subito concentrati sul futuro: chiuso il complotto finiano, c’è da liberarsi dei dalemiani, da dare fiato a Nichi Vendola, riverniciare un altro sconfitto come Antonio Di Pietro, magari sostituendolo nel medio periodo con il meno (almeno nella forma) impataccato Luigi de Magistris.

Se si valuta la strategia della delegittimazione, poi, che è alla base del cuore dell’iniziativa del quotidiano diretto da Mauro, si deve anche considerarecome nel prossimo futuro (dal lodo Alfano sottoposto al giudizio della Corte costituzionale alla protezione dei beniamini di Repubblica che liberavano i mafiosi ma “senza saperlo”), il giornale debendettiano avrà bisogno di poter premere su Giorgio Napolitano per cercare di spingerlo ad azioni contro Berlusconi: anche se questo presidente della Repubblica grazie pure alla sua lunga esperienza politica appare finora meno manipolabile di molti suoi predecessori.

Da persone che sanno guardare molto in avanti a Largo Fochetti si rendono conto che nessun appello alla correttezza apparirà minimamente convincente se si lascerà al suo posto un personaggio che ha fatto strame di qualsiasi coerenza istituzionale. Su questa enorme pecca si era chiuso cento occhi perché si stava a vedere se le vergognose forzature potessero dare un qualche risultato nella lotta contro Berlusconi. Ma, a giochi fatti, mettersi a proteggere un fallito non è nello stile assai concreto del giornalismo alla Eugenio Scalfari.

Lodovico Festa per Libero

PD. MASSIMO CACCIARI: “FIORONI E LETTA SE NE ANDRANNO, VENDOLA DOVREBBE ISCRIVERSI…”

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1 – PD CACCIARI: FIORONI E LETTA SE NE ANDRANNO DOPO LE ELEZIONI…
(DIRE) -
“E’ chiaro che Letta, Fioroni e altri dopo il voto se ne andranno. E’ inevitabile e fisiologico. Il Pd e’ un partito socialdemocratico che non ha nulla a che fare col progetto originario del partito. Si libererà un’area di centro che si organizzerà autonomamente”. Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia, con un’intervista al quotidiano online Affaritaliani.it, commenta l’uscita dal Pd di Fistarol e prevede una prossima diaspora dal partito.

2 – PD. CACCIARI: VENDOLA? SI ISCRIVA A PARTITO E NON ROMPA COGLIONI…
(DIRE) -
Nichi Vendola “si iscriva al Pd come sinistra del partito e avrà il suo ruolo e non rompa i coglioni perché sa perfettamente che non potrà essere segretario di un partito socialdemocratico europeo. Facciamo le cose ragionevoli”. Lo dice Massimo Cacciari ad Affaritaliani.it.

3 – APC-PD/ E. LETTA E FIORONI SMENTISCONO CACCIARI: NON CE NE ANDIAMO…
(Apcom) -
Enrico Letta e Beppe Fioroni smentiscono Massimo Cacciari, il quale ha sostenuto oggi che entrambi sono pronti a lasciare il Pd. Il vicesegretario in una nota precisa: “Nonostante le parole di Massimo Cacciari confermo l`impegno convinto a far vincere l`idea originaria del Pd, l`unica che può dare all`Italia risposte efficaci e di lungo periodo”. Mentre Fioroni, pur essendo diventato uno dei promotori della minoranza critica del partito con Modem, spiega: “Cacciari deve sapere che il progetto del Pd che abbiamo fondato è l`unico in grado di costruire una alternativa di governo. Abbiamo fatto nascere Movimento democratico perché a quel progetto si ritornasse e lo si rilanciasse. Questo è il nostro impegno e non sono uno che si arrende”.

Scritto da colas

6 dicembre 2010 alle 15:32

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