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Appunti brevi (ma anche meno brevi) di politica & altro

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FERRARA RAP

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Scritto da colas

24 maggio 2012 alle 11:08

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FERRARA: “GRILLO? NON È ANDATO POI COSÌ BENE. CI ASPETTAVAMO IL 30%”

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Scritto da colas

8 maggio 2012 alle 09:18

L’ELEFANTINO CORRE SUL FILO

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Anche l’elefantino rettifica… ma mica tanto!

Ho raccolto e riproposto voci note su un’imminente passo di Berlusconi per sottrarre il paese e se stesso a un’incertezza radicale, a un’agonia politica senza capo né coda. La dichiarazione di Gianni Letta sulle misure economiche che restano, secondo il principio di continuità amministrativa, anche quando il governo cambia, mi sembra molto più autorevole della mia, e molto indicativa di ciò di cui si discute. La via d’uscita c’é. Invece di prolungare l’agonia, Berlusconi si presenta alle Camere, chiede la fiducia per varare la legge di stabilità e il maxiemendamento, annuncia che si dimetterà un minuto dopo e che chiede le elezioni a gennaio. Di questo si discute“.

Intanto oggi Twitter ha superato Facebook… a contatti e frequenza di aggiornamenti! Per il resto non è cambiato niente!

Scritto da colas

7 novembre 2011 alle 16:42

LA FINE È VICINA

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Ferrara informa: “Che Silvio Berlusconi stia per cedere il passo è cosa acclarata, è questione di ore. Alcuni dicono di minuti”.

Bechis si era tenuto più vago: “e fra stasera e domani Berlusconi rassegnerà le dimissioni“.

Sono bastate queste voci per far schizzare la Borsa. Caso mai c’era ancora bisogno di dimostrare quale fosse la percezione, in giro per il mondo, delle capacità di B. di mantenere fede agli impegni.

 

Scritto da colas

7 novembre 2011 alle 11:09

IL “COMPLOTTO” SECONDO FERRARA

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Scritto da colas

3 novembre 2011 alle 10:40

LE ARANCE DI FERRARA

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Ieri ho letto il fondo dell’elefantino dedicato a Luigi Bisignani. Consiglio di leggerlo perché è molto “istruttivo”.

Al di là delle arance, che agli amici finiti al “gabbio” si portano sempre e comunque, la figura di Luigi Bisignani, tratteggiata dall‘elefantino con la consueta padronanza della lingua italica, giganteggia al di sopra di quella del magistrato indagante Henry John Woodcook. Da una parte il fine conoscitore di segreti, affari e potentati, dall’altro un esponente di spicco della casta giudiziaria il cui fine resta sempre lo stesso: fottere B. e i suoi amici. Ci sono però nella rappresentazione “giuliana” due incertezze, ben nascoste dalla prosa declamatoria e trasformate in assiomi. Da una parte la curiosa idea che “combinare rapporti d’affari, maneggiare riservate informazioni economiche e politiche, brigare per le nomine dei potenti e informare gli amici di inchieste in corso” sia la normalità. Dall’altra l’altrettanto curiosa idea che servire B., anche violando norme del codice penale, sia attività legittima e meritoria di salvacondotto “presidenziale” quando qualche giudice ficcanaso decide di procedere. Disgraziato colui che accetta simili assiomi! Perché alimenterà l’Italia delle cricche, delle furbizie e dell’odio, invece che anelare a costruire un Paese del merito, della trasparenza e della solidarietà.

Scritto da colas

18 giugno 2011 alle 10:07

PER FORTUNA CHE GIORGIO C’E’

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Ieri il Foglio è stato colto di sorpresa dalle considerizione del Presidente della Repubblica sull’entrata dei “nove piccoli indiani” nella compagine governativa in qualità di sottosegretari. Il numero del quotidiano era già chiuso e l’Elefantino non ha fatto in tempo ad elaborare pensieri compiuti. Così gli affezionati lettori di Giuliano Ferrara si sono dovuti accontentare di un confuso balbettio relegato a piè di prima pagina dove si afferma che il premier intende proseguire con la politica dell’allargamento della maggioranza, ma si ammette che l’invito di Giorgio Napolitano complica la “manovra”.

In verità il Presidente della Repubblica ha sorpreso tutti: maggioranza ed opposizione. E per fortuna che in questo Paese c’è ancora qualcuno che riesce a sorprendere. In verità l’allargamento della maggioranza presuppone un passaggio parlamentare che il presidente del Consiglio si è ben guardato dal compiere. Ovvero salire al “colle più alto” e concordare con l’inquilino là residente le modalità per formalizzare il cambiamento qualitativo della maggioranza.

Quando Gianfranco Fini uscì dalla maggioranza, traendo le conseguenze di una distanza ormai insanabile con B. e mettendo in crisi la maggioranza governativa, il premier gridò al “tradimento” e – richiamandosi alla “volontà popolare” – avviò il tormentone dell’impossibilità di mandarlo a casa senza ricorrere a nuove elezioni, ovvero di formare in Parlamento una nuova maggioranza. Ora però, prendendo per buono il tormentone del premier ci troviamo di fronte allo stesso problema: parlamentari eletti nell’opposizione – per inciso dalla stessa volontà popolare che avrebbe concesso a lui il mandato di governare ad libidum – sono transitati nelle fila della maggioranza, per giunta con una nuova formazione politica, quella dei Responsabili, e la maggior parte di loro sono finiti dentro il Governo. Allora, se una eventuale nuova maggioranza, un nuovo Governo e un nuovo presidente del Consiglio sarebbe stato tradimento della volontà popolare, perché non dovrebbe esserlo il “decisivo” transito di parlamentari eletti nei partiti dell’opposizione nella maggioranza?

Mistero! Ma il Presidente della Repubblica i “misteri” non li sopporta proprio e facendo notare la mancanza di un  passaggio “sostanziale”, il voto di fiducia in Parlamento, ha indicato al Governo quale binario istituzionale deve essere seguito. Ma tutto questo a B. e ad i suoi non piace perché se sono costretti ad accettare la formalizzazione dell’allargamento parlamentare  con l’entrata nella maggioranza di parlamentari provenienti dall’opposizione, allora domani dovranno accettare che i governi si formano in Parlamento, che non ci sono nel nostro sistema costituzionale presidenti del Consiglio ”intoccabbili” perché incarnazione della volontà popolare, che la Costituzione è una sola, quella approvata approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal capo provvisorio dello StatoEnrico De Nicola il 27 dicembre 1947, che non esiste una così detta “costituzione materiale” e che i governi restano in carica finché hanno la “fiducia” sia alla Camera che al Senato.

L’ELEFANTINO RECAPITA UN AVVISO AI NAVIGANTI LITIGIOSI DEL PDL: “FATE ATTENZIONE! IL CAVALIERE (VI) PUÒ MOLLARE”

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Scrive oggi Giuliano Ferrara su il Foglio che ha fatto un sogno. Pensate ha sognato il premier! Ma non si tratta di un sogno fantastico e nemmeno di un sogno erotico, bensì di un sogno premonitore.  B. avrebbe – nel sogno di Ferrara – ipotizzato uno scenario possibile del prossimo futuro. Ecco la premonizione del Cavaliere:

Cari amici consentitemi una fraterna messa in guardia: se continua così, con la stessa rapidità con cui sono sceso in campo me ne torno in tribuna a godermi lo spettacolo. Ho buoni avvocati, e fuori dalla politica, dove sono stato un elemento di disturbo insopportabile per tanti anni, e ancora adesso, diventerei una preda meno ambita dai rapaci delle procure combattenti e delle opposizioni al loro laccio. Me la cavo, state certi. E se proprio fosse necessario, un patteggiamento per levarsi di torno la malagiustizia alla fine non si nega a nessuno, come un sigaro o un’onorificenza di cavaliere al merito. Le mie paure per le scorciatoie giudiziarie sono solo indirettamente personali, in primo piano sta la libertà politica e civile, che viene negata in radice da questa specie di Stato di polizia in cui i magistrati fanno comizi in piazza, le loro avanguardie si sono massicciamente presentate in politica facendosi eleggere in parlamento e fondando partiti dopo avere distrutto quel che c’era prima, con il suo male e con il suo bene“.

Se Ferrara voleva spaventarmi, posso assicurarvi che non c’è riuscito! Ma non credo si tratti di un messaggio “urbi et orbi“. Credo invece sia un “messaggio in codice” rivolto alla litigiosa formazione politica nota come Pdl. Qualcosa del tipo: “Guardate che se continuate così vi lascio in mezzo al guado“. Questo sembra essere un periodo di grande agitazione nel partito del premier. Maurizio Sacconi sembra pensare ad un futuro con Giuseppe Fioroni; Claudio Scajola e i suoi “colombiani” pretendono di guidare il partito; i “nove” ministri ex Forza Italia vogliono Ignazio La Russa (ma anche Scajola) “fora de ball” e chiedono che l’attuale triumvirato (Bondi, La Russa, Verdini) venga sostituito dalla dittatura del premier esercitata attraverso Denis Verdini; Gianfranco Micciché ha già fatto un  altro partito; Giulio Tremonti ha già ridimensionato Gianni Letta ed ha assistito senza battere ciglio (e soprattutto senza avvertire il Presidente del Consiglio) alla defenestrazione di Cesare Geronzi dalle Generali, che vale molto di più di un partitino. Insomma ce n’è da farsi venire il mal di pancia. E Ferrara è accorso in aiuto! Se l’aiuto è stato efficace lo capiremo presto.

by COLAS

GIULIANO CHI?

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“Non è vero che non mi piacciono i confronti televisivi mi piace combattere con i miei pari e non ritengo Giuliano Ferrara un mio pari. Accetterei invece volentieri un confronto con Berlusconi”

Lo ha detto ieri Eugenio Scalfari in un’intervista con Lilli Gruber nella trasmissione Otto e Mezzo su La7. Tradotto: “Non parlo con i servitori, se proprio devo preferisco confrontarmi direttamente il datore di lavoro“. Come si fa a dargli torto? (COLAS)

Scritto da colas

15 marzo 2011 alle 19:48

FERRARA GIULIANO, AUTOBIOGRAFIA “AUTORIZZATA” (DALLA CIA?) – SECONDA PARTE

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(da Il Post) Il rientro sulle scene politiche e televisive di Giuliano Ferrara nelle ultime settimane ha fatto tornare in circolazione anche una vecchia polemica su un suo racconto di otto anni fa dei suoi rapporti con la CIA. Si trattava di una “autobiografia” in due puntate uscita sul Foglio a maggio 2003 e “scritta per il piacere dei lettori più giovani. Infatti, a forza di dire la verità ai mozzorecchi giustizialisti, e di sputtanarli, loro tentano di sputtanare l’elefante che il ciccione è diventato, e inventano balle. Le precisazioni continueranno, sempre che non annoino”. Oggi ripubblichiamo la seconda di quelle due puntate, qui la prima.

Per un anno circa, tra la fine del 1985 e la fine del 1986, tra i tanti lavoretti fatti da F. c’è anche quello di informatore prezzolato della Cia. F. ha già spiegato ieri che nella sua bulimia passionale aveva bisogno di una nuova comunità, e che l’aveva trovata in una relazione professionale, civile e politica con gli ex di Lotta continua che facevano Reporter. Ma una comunità e un leader (Craxi era ormai entrato stabilmente nella sua vita, dopo l’outing) non gli bastavano, al bulimico, e l’ex comunista si procurò un altro Stato guida. Da eretico divenne, come nel rendiconto sublime di Isaac Deutscher, un rinnegato. O un piccolo “lupo mannaro”, così la Pravda definiva i sessantottardi come Marcuse e Cohn Bendit a cui dava di agenti della Cia venti anni prima.

F. ricorda ancora gli incontri, nella stamberga di Trastevere con il giovane sveglio e simpaticissimo agente americano, una cara persona che non vede da quasi vent’anni e di cui serba un magnifico ricordo (il cui nome, naturalmente, F. non farebbe non si dica a richiesta ma nemmeno, come si dice quando si è spavaldi, sotto tortura). Qualcuno aveva corrotto F. e F. si lasciò corrompere senza troppi problemi. E che faceva questo hijo de puta? Ammazzava la gente con l’ombrello avvelenato? Trafugava documenti sulla sicurezza dello Stato approfittando della sua amicizia con Craxi? Bè, purtroppo F. non era così importante. Non era the quiet italian, non viveva in un romanzo di Greene. Si limitava a “spiegare”, cosa che ha fatto tutta la vita, dagli operai torinesi ai riveriti telespettatori. Era l’anno di Sigonella, gli americani erano avidi di sapere chi cavolo fosse questo omaccione che gli aveva mandato i carabinieri contro in una base Usa, erano interessati a capire la sua logica politica. E F. si profondeva in dettagli, analisi, interpretazioni: dalla parte di Craxi, dicendogli quanto era fico e quanto era occidentale. Dettagli molto apprezzati. Una specie di Radio Londra dall’interno del paese più complicato del mondo.

Il frisson, il brivido, c’era già a far quattro chiacchiere con l’amico americano, ma tutto cambiò, in meglio, quando cominciarono a offrire qualche dollaro, poca cosa perché mi spiegò, l’amiko, che la legge Gramm-Rundmann aveva tagliato i fondi della Cia. I dollari erano avvolti in una busta giallina, fantastica, del peso giusto. E perdere l’innocenza era meraviglioso. Qualche conversazione avveniva al Pincio, tra i riverberi della più bella luce del mondo, vicino all’orologio ad acqua, e il passaggio di mano della busta aveva qualcosa di erotico, alludeva alla colpa come nell’adulterio perfetto. Nella politica italiana, buste mai: viste tante, prese nessuna. Non piaceva a F. quell’onesto lavoro dei funzionari di partito. Era un suo difetto (detto senza l’ombra dell’ironia). E non essendo ricattabile, era amato dai compagni che sapevano il fatto loro ma trattato come un alieno, perché in politica non è la capacità di ricatto che fa le carriere ma la disponibilità ad essere ricattati. L’innocenza, si diceva. In fondo poi, per tutta la vita, F. non ha fatto che cercare di capire che cosa sia l’innocenza e quanta vita ci voglia per perderla senza rinnegare un elemento spurio di onestà che negli uomini, per il fatto di essere uomini, deve starsene appartato, riservato, sennò si diventa sciaguratamente persone perbene.

La faccenda spionistica finì alla fine del 1986, complice la televisione. F. teneva su invito di Antonio Ghirelli, che era direttore del Tg2 e gli dava di Falstaff, a F., una rubrichina notturna di politica in cui spiegava Craxi, dalla sua parte, e Andreotti e De Mita e la solita Repubblica, che combatteva apertamente, nella disperazione di Biagione Agnes, rimestando con grazia, sì con molta grazia, nei labirinti avvelenati della prima Repubblica al suo apogeo. Ma se la scrittura è compatibile con la loscaggine, diverso è per la tv. F. la tv la capiva, per così dire, nel profondo della sua coscienza intima. E l’amava come strumento di lotta politica aperta, un altro Ersatz, non era possibile stringere mani di fan e avere quel tipo di riscontro personale, che la parola scritta non conosce, e contemporaneamente continuare con gli incontri al Pincio. Non era possibile per lui. Così disse: basta. L’amico americano era molto dispiaciuto, tra l’altro cambiava l’interlocutore perché lui se ne rientrava a Langley per altre destinazioni, e tutto venne più facile. Insistettero un po’, molto garbatamente, e poi tutto tacque. Molti anni dopo, ai tempi dell’Usa Day dopo la tragedia, ma anche prima in ogni contatto con loro, gli amerikani, F. si domandava: ma lo sanno o non lo sanno che dieci anni fa ero io a confezionargli le schede della politica italiana? E da qualche sguardo birichino, così, nelle more di un cocktail, gli sembrava che sapessero quel che ufficialmente si saprà solo dopo l’apertura degli archivi. Chissà quando.

A proposito di televisione. Dopo la rubrichina, che era già un successone ma per quattro, cinquecentomila spettatori notturni, venne il botto. F. fu chiamato da Angelo Guglielmi, che era un intellettuale dell’avanguardia letteraria (gruppo ’63) e il capo della terza rete, sì, quella “dei comunisti”. Il serpente a sonagli scriveva ieri con il veleno della sua lingua biforcuta, su un giornale anch’esso ogni tanto privo di sonagli, che ha raccomandato F. anche per la Rai, bestiale bugiardo per la gola e per la frustrazione che non è altro. Invece le cose andarono così, furono “i comunisti” a fare riccastro e reuccio dello schermo il panzone. Guglielmi era un eterodosso, infatti l’Ulivo così liberal la prima cosa che fece quando prese il potere fu di ammazzarlo, televisivamente parlando, e metterlo in pensione. L’eterodosso, poi caro amico sempre rispettato, per una trasmissione azzeccata, con una faccia e un ventre riconoscibili, avrebbe fatto carte false, tale la sua passione per il linguaggio televisivo che per un esperimento ben riuscito avrebbe venduto madre, padre e tutti i parenti. Figuriamoci se si sarebbe fermato davanti al problema di dare un’occasione a un ex comunista. E così nacque Linea rovente, un programma in cui F. indossava la toga (eh, eh: la toga, avete letto bene) e “processava” Verdiglione, l’amato Pannella, un ministro socialdemocratico colpito dalle solite accuse, e tanti altri. Da Tonino e dai suoi cari F. non aveva niente da imparare.

Naturalmente quello era un gioco giustizialista, molto barocco e ben gestito dal suo inventore, il vecchio e caro a F. Lio Beghin, un supercattolico veneto che la tv ce l’aveva nel sangue. E da Anna Amendola, una generosa e geniale capostruttura della Rai, calabrese permalosa e comunista, che poi l’azienda non seppe più usare come avrebbe dovuto, deludendola a buon pro di qualche smaniosa o smanioso dei soliti. Era un gioco, ma a Craxi, dicevano a F. i suoi cortigiani, gli rodeva il fegato. Aveva la vista lunga, l’amato amico di F., ormai semplicemente Bettino, e quella toga in tv gli sembrava un cattivo presagio. “Sembra una cosa alla Pecchioli”, disse una volta a F. (il compianto Ugo Pecchioli era il ministro dell’Interno del vecchio Pci, un torinese di ferro che avrebbe fatto qualsiasi cosa per sbattere in galera i nemici del partito).

Dopo un sedici, diciassette puntate, F. fu assediato dagli Intini, dai Manca eccetera, che erano la pattuglia in battaglia televisiva nel duello tra Craxi e il vecchio regime che poi seppellirà il Psi con le sue malìe giustizialiste e le sue bugie e le sue monetine. F. doveva passare alla seconda rete, lì c’era ancora più pubblico, dicevano, tutti a sua disposizione. F., che aveva lavorato pagato un tanto a puntata, le prime assai poco ma le seconde il doppio (nel frattempo F. si era sposato con un’americana meravigliosa e pazza esattamente come lui, che sapeva come si trattano i contratti quando si diventa star o vitelli grassi), accettò di andare su Raidue per il resto della stagione, in cambio di una bella cifra tonda (un miliardo l’anno di allora) e inventò con Lino Jannuzzi, nel frattempo arrivato nel suo inimitabile stile come consigliori del consigliori, un fantastico programma, il Testimone, che faceva ascolti ultramilionari sbattendo in faccia al pubblico qualche esagerazione dietrologica sul caso Moro, tutta la verità sul caso di Tortora e dei suoi aguzzini (vecchio vizio, ma Tortora ne morì proprio in quei giorni, del vizio antigiustizialista). In giro c’era Agostino Saccà, capostruttura socialista, grande mediatore e ruffiano settecentesco, maschera indimenticabile di un certo modo di essere, insieme puttanesco e militante e competente, della vecchia Rai. Svenne quando F. e la sua banda di paese fecero sei milioni e mezzo di spettatori a metà giugno, un tempo in cui la gente la tv la trascura, del 1987.

Svenne anche qualche uomo di marketing del Cav., allora il Dottore. Fine stagione, F. doveva chiudere il contratto per l’anno successivo (siamo a giugno 1987). Il dolce Biagione Agnes, che lo stimava nonostante l’avversione politica (“Caro Ggiuliano, ce lo diche sembre a Ngiriaco: se giavesse un Verrara de’ nosctri, ce facesse nu condratte. E’ che nun g’è”), gli propose un altro miliardo. Invece il Cav. chiamò F. e lo ricevette con il vecchio Fedele Confalonieri in via dell’Anima. All’epoca ricevevano sempre in due: uno seduceva e offriva, il Cav., l’altro giudicava non visto, standosene un po’ di lato con l’occhio furbo: “Sarà affidabile?”. F. sparò due miliardi, la metà esatta di quanto estorse simpaticamente molti anni dopo al suo nuovo editore, il canale indipendente La7, per il prossimo biennio 2003-2005 (ma guarda un po’ il mercato, uno se la cava anche senza i serpenti privi di sonagli). Detto, fatto. Il contratto fu discusso con un avvocato dalla parte di F., persona competente, e dall’avvocato Dotti per la Fininvest. Non so se è vero, ma dissero in seguito a F. che lo avevano corretto e rivisto nello studio Previti, perché a Dotti gli era stata portata via tutta l’azienda, con quelle cifre e quelle norme.

F. firmò con molta allegria, e comunicò a Repubblica in un’intervista, ciò che non usava tra i giornalisti di allora e non usa tuttora, il suo stipendiuccio da calciatore. Repubblica, sempre raffinata, titolò in prima: “Berlusconi acquista Ferrara”. Non male. Però alt! F. la vuole dire tutta. Una malacosa e una buonacosa. Malacosa: il Cav. lo pregò di telefonare all’amico Bettino prima della firma, si usava così allora. Quegli stronzacci erano diffidenti e non sapevano valutare le persone: per loro i portaborse che li hanno traditi, compreso il serpente senza sonagli, e i militanti che poi si batterono, erano sullo stesso piano (almeno per certi versi). E l’effetto di dominio di una telefonata preventiva era per loro, anche per un gigante come Craxi che adorava gli ex comunisti proprio perché avevano qualcosa di indomabile, un balsamo indispensabile.

F. fece il patto col diavoletto. Telefonò, e disse a Bettino, mentre i suoi uomini Rai strepitavano per tenersi il vitello grasso: “Non rompere i coglioni, vado con Berlusconi perché mi paga il doppio di quello che mi ha offerto la Rai e da un privato, tra gli spot, mi diverto di più”. Craxi ridacchiò, disse che due miliardi erano troppo (ricordate? il favoloso Bettino faceva il populista con gli stipendi della Carrà, insomma voleva salvare la faccia, con ironia). Poi la firma, dopo questo piegamento di ginocchi di F., avido giornalista di regime. Buonacosa: F. disse chiaramente a Berlusconi, “guardi che il patto non scritto, quello che conta, è il seguente, lei mi può mandare in video anche 24 ore al giorno, ma se non c’è accordo tra noi su quel che si fa e si dice in video, insomma sui modi, io ho diritto di non andarci nemmeno per un secondo”. Il Dott. disse sì, e poi mantenne la parola. Di qui una bella amicizia.

Il primo anno di F. fu infatti un fiasco e un trionfo. Trionfò Radio Londra, cinque, sette minuti prima di “Tra moglie e marito” su Canale5 alle 8 e mezzo di sera (destini), cinque milioni di spettatori dell’informazione politica in una rete abituata al quiz e senza telegiornali, e uno spazio televisivo inventato, di cui si approprierà un giornalista non di regime, e che non si fa mai pagare per il suo lavoro, di nome Enzo Biagi, che qualche anno dopo debuttò libero e indipendente nello stesso orario e con la stessa formula (bè, gli piacerebbe) su Raiuno, libera repubblica in era Moratti. Invece il Gatto, trasmissione pugnace di prima serata su Canale5, andava maluccio, il talk show in prime time non ha mai funzionato sulle commerciali (ne sa qualcosa l’eroe degli ascolti, Santoro, che fallì clamorosamente a Mediaset nonostante gli avessero dimezzato gli spot, perché lui nelle trasmissioni imbalsamate con Previti e Dell’Utri faceva servizio pubblico, lui).

Ma il disastro fu politico: era il tempo in cui Confalonieri dichiarava apertamente, tra virgolette, che Fininvest avrebbe fatto un telegiornale per Craxi Andreotti e Forlani, e la tv spazzatura del maiale, tra scandali e bisbocce, travestiti e magistrati, non era il paludamento giusto per lo stile di un giornalismo ecumenico e pentapartitico. Sicché si litigò. Un corrucciato F. andò a Milano dal Cav., che stavolta era con Gianni Letta, e gli disse paro paro, sotto una tenda (chissà che manifestazione era): “Ricorda il patto? Ora lei ha dichiarato ai giornali che mi sposta su una rete minore, Italia1, senza nemmeno consultarmi. Eccole il contratto indietro, non c’è problema”. E il Cav., impressionato per tanto ardire (F. crede: impressionato favorevolmente, nonostante tutto), mantenne la parola e si tenne il servo sciocco per un anno, come voleva lui fuori dal video, a lavorare a un progetto di storia televisiva che non si fece mai (il Professore era il titolo). Accettò una punizione costosa, il Cav., un po’ perché non sa dire di no, nel bene e nel male, un po’ perché è di parola e quel patto lo ricordava.

Che ci faceva al Corrierone, intanto, l’ex comunista nel cui corpo ci sono “tonnellate di comunismo” come scriveva giusto ieri una compunta Unità, giornale liberal? Che ci faceva l’ex agente prezzolato degli americani, il convertito sulla via di Bettino, insomma un campione riciclato di questi “avanzi del totalitarismo” (come F. si definisce ogni giorno con il fascistissimo Buttafuoco e il comunista sentimentale Stefano Di Michele in redazione)? Ci faceva la nota politica, ci faceva, seduto nella vecchia sede di piazza del Parlamento a fianco di Paolo Franchi , che vuole raccontato tutto il passato, ma proprio tutto, e con il cane Lupo tra le gambe. Ostellino odiava la “nota politica” e volle un “taccuino”: la politica in pillole, blocchetto per blocchetto. Buona idea, apprezzata anche a sinistra (il politologo Gianfranco Pasquino era un ammiratore). Informazioni da Craxi poche, perché era un diffidente. Ma F. lo aveva sgamato, come si dice a Roma, sapeva le sue mosse nelle crisi arabescate della prima Repubblica perché invece si fidava del Cinghialone, pensava che avrebbe fatto quel che avrebbe fatto lui, il povero F. ovvero un réfoulé della politica, uno che per schifoso buonismo e perbenismo era capace solo di immaginare la politica degli altri. Così un bel po’ di buchi alla concorrenza, senza esagerare perché in giro c’erano altri lupi della notizia bene addestrati, il Corrierone li diede. Poi arrivò Ugo Stille dall’America, al posto di Ostellino, e De Mita nel frattempo cacciò Craxi in malomodo dal governo, non che Bettino ci stesse a modino, anche lui voleva la morte di De Mita e lo insidiava con certe pesantezze mica male.

Ma la linea del Corriere cambiò, lo scontro con Repubblica finì, Misha (il vero nome di Stille) era politicamente e personalmente un uomo di mondo. A Milano agivano Giorgio Fattori e Enzo Biagi, un clubbino che si ritrovava con Lamberto Sechi (quello dei fatti separati dalle opinioni, l’inglese): erano loro, e lo sono restati per anni, il vero potere mediatico dell’intolleranza. E volevano la pelle del ciccione, e forse anche le sue trippe. Approfittando della televisione, e spingendo sul tema dell’esclusiva professionale, volevano cacciarlo dal Corriere. Stille, con il quale F. parlava amabilmente di Leo Strauss, perché era anche una sua vecchia lettura, e che amava e stimava avendolo conosciuto anni prima con suo padre nell’appartamento di Pietro Ingrao a Monte Citorio, allora Ingrao era presidente della Camera (anni Settanta), pensò di trovare la soluzione mandando un F. craxiano che a Roma non si portava più direttamente a Mosca, come corrispondente.

Decise, F., che il Corriere era meglio della tv, e si mise a ristudiare il russo con Elke Ibba, una bella donna bulgara moglie di Fausto Ibba, vecchio e stimabile comunista dell’Unità. Ma sul più bello, mentre il russo gli riveniva su e cominciava a parlottarlo e a scriverlo “con la calligrafia di un bambino moscovita di cinque anni” (precisò la Elke), tutto fallì, con grande sollievo della nuova meravigliosa moglie americana, che non diceva niente ma all’idea di essere deportata a Mosca, sia pure in tempi di perestroika, soffriva e parecchio. I soliti fienghi del cdr dissero che un praticante non poteva andare a Mosca, e salvarono Selmuschka dalla coda riformatrice del totalitarismo sovietico. Niet. Veto. “Vabbè”, disse allora Stille al suo pupillo, “dimettiti e ti riassumiamo con l’articolo 2, e fammi una bella rubrica dal titolo Bretelle Rosse, visto che le tue bretelle sono popolari”, e così cominciò quella rubrica, i cui titoli venivano messi tra virgolette dal burbero Giulio Anselmi (non bastava la fotina e la firma per far capire che quelle opinioni contropelo non erano del giornale), quando il testo non era prefato da un distico “questa non è l’opinione del Corriere” per salvare proprietà, baracca e burattini dai magistrati che nel fatale ’93 il ciccione caricava di brutto; quella rubrica che sempre nel fatale ’93, a sei anni dal suo inizio, direttore e scudo Paolo Mieli, fece qualcosa, non si dica per salvare l’onore del giornalismo italiano o del Corriere, non-lo-si-dica, ma almeno per salvare dalla galera certi serpenti senza sonagli ma col conto protezione, che sognano di aver raccomandato un bandito e spia che può sempre fargli uno scaracchio in faccia senza problemi morali.

A proposito. F. non dimentica niente. Il serpente senza sonagli attacca F. con la menzogna, epperò il suo veleno ha l’effetto squisito di convincere F. a un ragguaglio curricolare (bella l’espressione, vero?). E i ragguagli devono essere precisi, sennò il computer si annoia. Per spiegare (“spiegare”, brutto vizio) le ragioni per questa porcata inqualificabile del serpente senza sonagliera, attaccare con la menzogna uno che ti ha difeso dalla galera per anni, sapendo che in fondo proprio tu te la meritavi, deve citare, F., un dettaglio decisivo. Diceva ieri che Reporter nacque con i soldi di Martelli, aggiunge oggi che morì con i soldi di Craxi, che poi erano sempre soldi nostri, imprese che amano fare cartello e flirtare con la politica (tutte o quasi) e contribuenti che pagano le tasse (pochi, tra cui F.), perché insomma, sì, era contante che veniva dal finanziamento illegale dei partiti. F. ha alcuni ricordi. Deaglio e Panella che lo pregano di andare da Craxi e porgli il problema degli stipendi e della salvezza del giornale, perché gli amici del serpente avevano cessato di versare in un’impresa in perdita. Altro ricordo. Craxi, interpellato, che mette in imbarazzo F. dicendogli che il serpente voleva mettere su una sua “cricca” e che il giornale doveva uscire dal suo raggio di influenza, se voleva la grana (“non sono noccioline del Brasile”, aggiunse con bella rozzezza). Ecco una delle scaturigini dell’odiosa frustrazione che ha spinto il serp. s. sonagli a cercare di infangare, citando il proprio nome reso fangoso dalla brutta storia di questi anni, il nome suo.

Poi gli amici di Reporter, che fu un giornale assolutamente onesto, ve lo dice un bandito, nella cui cucina erano in pochi a guardare (F., al contrario di Giuliano Amato, ha sempre guardato nelle cucine delle case che ha frequentato) e che tutti sapevamo essere finanziato dalla politica socialista dell’epoca (Sofri si faceva il suo Finesecolo, smagliante supplemento culturale, ma a Firenze), mi informarono del fatto, gli amici di Reporter, che Cornelio Brandini, simpatico e matto mozzo di Bettino, era arrivato a chiudere qualche conto con quella che la raffinata Ilda la Rossa definirebbe “una paccata di milioni”. Ma neanche i forzieri di Craxi sarebbero bastati a salvare quell’impresa, troppi giornalisti, troppo costosa la diffusione, troppo cara la piccola officina di fotocomposizione del Testaccio, costava troppo il sistema Atex, troppo le foto, troppo il settore grafico (informazioni venute utili quando fu fondato il Foglio, undici anni dopo).

Che cosa è più scandaloso? La consulenza alla Cia? Essere stati comunisti? Essere usciti dal comunismo ed essere diventati anticomunisti? La raccomandazione di Ronchey per il Corriere? Scrivere per il Corriere liberamente contro i disegni non condivisi di De Mita e a favore di Craxi, contro i mozzorecchi e per gli inquisiti del ’93, senza mai insultare o leccare il culo? Avere imposto uno stile non falsamente paludato al giornalismo finto dei Biagi&Fattori, una roba in cui si sa cosa pensa chi scrive o parla, si sa da che parte sta? O è più scandaloso aver fatto come Ugo La Malfa il Grande, usare soldi neri per stampare un giornale, non proprio una prima volta nella storia della libertà di stampa, e raccontarlo adesso per la verità, e con una punta di orgoglio? Che cosa conta davvero, il retrobottega o la vetrina,imezzioifini?F.nonlosa,efa questo tuffo nel passato perché sa che non lo saprà mai.

Scritto da colas

6 marzo 2011 alle 11:39

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