Posts Tagged ‘Elezioni Regionali’
VOTIZEN
Votizen.com è una piattaforma in grado di offrire preziose informazioni ai cittadini americani che vogliono utilizzare i social network per sostenere i loro candidati. ”Vogliamo che il friendraising - ovvero la creazione di comunità online – è importante quanto la raccolta fondi - fundraising”, spiega David Binetti, cofondatore del sito a Robert Scoble. In pratica, è sufficiente connettersi con il proprio profilo Facebook, Twitter o LinkedIn. Votizen.com elaborerà le informazioni raccolte e informerà l’utente indicandogli quali contatti nella sua “lista amici” è impegnato a sostenere gli stessi candidati. Per ora la piattaforma, che può contare su 890.000 iscritti, è “tarata” esclusivamente sul voto negli USA.
NOVE PICCOLI INDIANI
Luca Bellotti, sottosegretario al welfare. Imprenditore prestato alla politica, viene eletto con Alleanza Nazionale poi con il Pdl alla Camera nel 2008. Nel luglio 2010 esce dal partito di Berlusconi e si iscrive a Futuro e Libertà. Ma torna nel Pdl a metà febbraio.
Giampiero Catone, sottosegretario allo sviluppo economico. Da politico è passato dal Ccd al Pdl per poi aderire a Fli e ritornare da Berlusconi per il voto di fiducia del 14 dicembre. Più note le sue vicende giudiziarie. E’ stato arrestato nel 2001 per associazione a delinquire finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata: due bancarotte da 25 miliardi di lire l’una e 12 miliardi di finanziamenti a fondo perduto ottenuti, secondo l’accusa, dal ministero dell’Industria con carte e perizie false. E’ stato rinviato a giudizio. Lo è stato anche a l’Aquila, sempre per bancarotta fraudolenta. La stessa procura, inoltre, ha chiuso un’altra indagine che vede Catone indagato per estorsione, con il fratello Mario, dipendente di banca Intesa, per aver spillato 118 mila euro al alcuni dirigenti della società Merkel, millantando interventi politici per risolvere i guai finanziari dell’azienda.
Bruno Cesario, sottosegretario all’economia. Nato politicamente nella Democrazia Cristiana, poi passato ai Popolari e nella Margherita, Bruno Cesario è stato tra i fondatori del Pd, poi dell’Api di Francesco Rutelli e infine dei Responsabili insieme a Domenico Scilipoti e Massimo Calearo.
Antonio Gentile, sottosegretario all’ambiente. Nato politicamente in Forza Italia e poi eletto nel Pdl non ha mai cambiato casacca.
Aurelio Misiti, sottosegretario alle infrastrutture. Eletto alla Camera nella lista dell’Italia dei Valori Salvatore Aurelio Misiti è poi passato prima al Movimento per l’autonomia poi si è iscritto al gruppo misto e ora sostiene la maggioranza. Fu tra i firmatari della mozione di sfiducia al governo Berlusconi il 14 dicembre, per poi invece sostenere l’esecutivo.
Daniela Melchiorre, sottosegretario allo sviluppo economico. Nata nella Margherita, poi passata nei Liberal Democratici con Lamberto Dini, si allea con il Pdl, poi si iscrive al gruppo misto, trasloca nel Terzo Polo e, infine, ritorna nel Pdl. Giravolta dopo giravolta arriva finalmente a un posto di sottosegretario. Già nel 2006 con il governo Prodi era stata nominata tecnico sottosegretario alla giustizia, ma l’esecutivo durò poco. Così la poltrona. La 40enne magistrato militare, a Verona poi a Torino, nonché eletta “parlamentare più sexy” dai camionisti italiani, non si è mai preoccupata molto delle critiche ricevute dai colleghi a Montecitorio che la vedono traslocare da una parte all’altra dell’emiciclo. Il ritorno nelle braccia di Berlusconi è avvenuto ad aprile, con il voto in aula a favore del conflitto di attribuzione nel caso Ruby.
Catia Polidori, sottosegretario all’economia. “Non tornerò mai nel Pdl”. Non ha fatto neanche in tempo a dirlo, il dieci dicembre al termine di una cena con Gianfranco Fini, che Catia Polidori aveva già salutato Futuro e Libertà per votare insieme alla maggioranza il 14 dicembre la fiducia al governo. Polidori, uscita poi rientrata nel Pdl, da mesi aspettava una nomina. Che ora è arrivata. Anche a risarcimento degli “attacchi” subito dalla stampa quando i giornali hanno scoperto il suo legame con il fondatore e padrone del Cepu, Polidori, fino a immaginare una parentela fra i due. L’onorevole Angela Napoli denunciò: “Catia Polidori ha votato con il governo la riforma universitaria che parifica le università private alle statali solo per aiutare il suo parente proprietario del Cepu”. Lo stesso premier, del resto, il 19 luglio, parteciò a Novedrate a un’iniziativa all’Ecampus, l’ateneo del Cepu, pochi giorni dopo la riforma voluta dalla Gelmini.
Roberto Rosso, sottosegretario all’agricoltura. Entra in politica giovanissimo, ad appena 19 anni si iscrive alla Democrazia Cristiana. Nel 1994 aderisce a Forza Italia e viene eletto alla Camera per la prima volta, poi confermato fino a oggi. E’ stato anche coordinatore regionale di Forza Italia in piemonte e nel 2001 si candida sindaco di Torino contro Sergio Chiamparino, perdendo al ballottaggio. Poi entra nel Pdl, nel 2008. Ma quando Fini decide di uscire dalla maggioranza, Roberto Rosso lo segue iscrivendosi al gruppo di Futuro e Libertà. Votando anche la mozione di sfiducia al governo del 14 dicembre scorso. Poi, il 17 febbraio 2011, lascia Fli e torna nel Pdl, dopo aver incontrato Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli.
Riccardo Villari, sottosegretario ai beni culturali. Eletto nel Partito Democratico, nel 2009 arriva alla presidenza della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai grazie ai voti del centrodestra. Espulso dal Pd, viene sostituito da Sergio Zavoli in commissione, ma solo dopo giorni di tira e molla sulle dimissioni dall’incarico. Deve rassegnarle, ma proprio non ci riesce. Le invoca Veltroni, le invocano i presidenti di Camera e Senato e persino Berlusconi. Lui resiste imperterrito settimane prima di cedere. Poi, non potendo tornare nel Pd, si iscrive al gruppo Misto, quindi entra nel Movimento per l’autonomia, infine approda al gruppo dei Responsabili di cui oggi è presidente al Senato (da Il Fatto Quotidiano).
“Roberto Cota è il presidente, ha vinto le elezioni. Ma se nel riconteggio Mercedes Bresso fosse in vantaggio, allora finisce male…”. Parola di Umberto Bossi!

MERCEDES BRESSO E ROBERTO COTA
“Roberto Cota è il presidente, ha vinto le elezioni. Ma se nel riconteggio Mercedes Bresso fosse in vantaggio, allora finisce male…”. Così il leader della Lega Umberto Bossi ha commentato ieri a Montecitorio le operazioni (ancora in corso a Torino) ordinate dal Tar Piemonte, che nel luglio scorso ha accolto i ricorsi di Mercedes Bresso (Pd), decidendo il riconteggio di due delle liste alleate all’attuale presidente.
L’uscita di Bossi – che a più riprese, nei mesi scorsi, aveva già invocato la piazza contro la sentenza del Tar – sintetizza bene il nervosismo che in questi ultimi serpeggia tra Lega e centrodestra in Piemonte. Gli esiti della verifica, nella quale vengono controllate soltanto le schede attribuite a due liste minori alleate di Cota (Scanderebech e Consumatori, annullate dal Tar perché impropriamente apparentate a partiti alle quali non appartenevano, e dunque esonerate dall’obbligo di raccogliere firme di presentazione) sono stati fin qui favorevoli a Bresso. Solo il 15-20 per cento degli elettori, infatti, ha tracciato su una scheda sia la croce sui simboli delle due liste “incriminate”, rendendo così il voto potenzialmente nullo, sia sul nome di Cota, mentre la maggior parte si è limitata a un solo segno. Tra il leghista e la presidente uscente ci sono solo 9000 voti di distanza, quelli in discussione sono 15.000, e i conti sono presto fatti e giustificano le parole di Bossi: se il trend si manterrà costante, alla fine saranno invalidate oltre 9000 schede.
Ed è probabile che finisca così anche a Torino, dove il riconteggio è cominciato con molto ritardo per la querelle su chi dovesse pagare le spese straordinarie, e dove proprio ieri è stata chiesta una proroga al Tar che farà slittare l’udienza finale, e l’ultima sentenza, oltre la data fissata per il 4 novembre.
Bresso ieri ha replicato a Bossi: “Forse finirà male per loro, noi attendiamo con fiducia l’esito delle operazioni disposte dalla magistratura”. Intanto però slitterà, probabilmente, anche l’udienza del Consiglio di Stato di martedì prossimo, 19 ottobre, che doveva esaminare i ricorsi contro la sentenza del Tar presentati da Cota e da Bresso (sul caso Pensionati), grazie alle schermaglie tra gli avvocati.
Così, i due giudizi amministrativi di primo e secondo grado arriveranno pressoché nello stesso momento, tra novembre e dicembre. E sullo sfondo si profila un altro caso, il più grave: quello dei Pensionati alleati a Cota, guidati da Michele Giovine.
Contro di lui è già stato fissato, il 15 dicembre, il processo penale per falso (avrebbe riprodotto senza raccoglierle le firme di buona parte dei suoi 19 candidati, consapevoli o meno), mentre il Consiglio di Stato deve dire se Bresso ha ragione o meno quando chiede che il Tar lo sanzioni senza altre procedure. Giovine – che siede tuttora in consiglio regionale – è un grande motivo di imbarazzo per il presidente Cota e per la Lega delle “mani pulite”.
Vera Schiavazzi per La Repubblica
Ecco la lista nera di Giuseppe Pisanu!
«Famme chello che vuò/ indifferentemente/ tanto o’ saccio che so’/ pe’ te nun so’ cchiù niente/…». Il pubblico andava in estasi mentre Mara Carfagna e Pietro Diodato intonavanoIndifferentemente, una delle canzoni più struggenti del repertorio musicale partenopeo, dal palco del Teatro Metropolitano di Napoli, luogo prescelto per la chiusura in grande stile (e con sorpresa) della campagna elettorale del Pdl per le regionali. L’euforia era palpabile. Il ticket composto dalla ministra e dal recordman delle preferenze alle precedenti elezioni si avviava a una schiacciante vittoria, nonostante il brivido iniziale. A Napoli era infatti circolata la voce di una probabile esclusione di Diodato dalle liste. Voce che provocò una clamorosa occupazione della sede campana del Pdl da parte dei suoi fan. Così, «indifferentemente», Diodato rientrò in lista. Avrebbe mai immaginato Mara Carfagna, la quale oltre alla faccia sui manifesti aveva messo anche la voce al servizio della causa, che lunedì scorso, appena sei mesi dopo quella festa in teatro, la Prefettura di Napoli avrebbe scritto alla Regione per ricordare che il consigliere, nel frattempo nominato anche presidente di Commissione, ha sulle spalle una condanna definitiva (con la condizionale) a un anno e mezzo per i disordini del 2001 nei seggi elettorali, ma soprattutto l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici? Una bella rogna, per il Consiglio regionale, dal quale sono stati già sospesi altri due consiglieri del centrodestra.
Il primo è l’ex margheritino Roberto Conte, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica, candidato in extremis per Alleanza di popolo (ed eletto), nonostante la tassativa opposizione del futuro governatore Stefano Caldoro: «Non voglio i suoi voti, e se risulteranno determinanti mi dimetterò». Il secondo è Alberico Gambino, del Pdl, condannato in appello con l’accusa di peculato. Ha dichiarato appena eletto: «Per ora mi godo la vittoria». Insieme al 50% dell’indennità (2.250 euro netti al mese), che per regolamento regionale spetta ai consiglieri sospesi dall’incarico.
Potevano pensarci prima, i responsabili politici? Magari è proprio quello che hanno fatto, a giudicare dalle parole di Angela Napoli, capogruppo di Futuro e libertà nell’Antimafia, che ha stigmatizzato «la disinvoltura con la quale la politica forma le liste elettorali». Liste, aveva detto il presidente della commissione Beppe Pisanu, «gremite di persone che non sono certo degne di rappresentare nessuno». Ma che portano voti. Tanti voti, e su quelli nessuno ci sputa. Come aveva avuto modo di denunciare pubblicamente, già tre anni fa, il coordinatore campano di Forza Italia Fulvio Martusciello, parlando del «pressapochismo con cui vengono scelti i candidati, se è vero che nella zona a nord di Napoli la criminalità tentò di infilarsi all’interno dei partiti». Se ne infischiano perfino del codice di autoregolamentazione dell’Antimafia, che dovrebbe sbarrare la strada alle candidature di soggetti condannati. Figuriamoci quando non c’è nemmeno la sentenza di un tribunale.
Le amministrative calabresi, per esempio. Alle ultime regionali si è presentato Tommaso Signorelli, ex Pd passato ai Socialisti Uniti (lista che sosteneva il centrodestra), arrestato nel 2008 quando era assessore del comune di Amantea, sciolto per infiltrazioni della ‘ndrangheta. A niente è servita la dichiarazione di candidato «non gradito» formulata nei suoi confronti dal futuro presidente Giuseppe Scopelliti, il quale aveva minacciato: «Se necessario andrò personalmente ad Amantea per dire agli elettori di non votarlo». Dopo quella presa di posizione si è ritirato invece dalla corsa elettorale il candidato di Noi Sud Antonio La Rupa, figlio del consigliere regionale uscente Franco La Rupa, ex sindaco del paese calabrese e indagato nella medesima inchiesta.
Un fenomeno, quello dei parenti in lista, così diffuso in alcune zone, come la Calabria, che la commissione antimafia di Pisanu ha chiesto alle prefetture di avere anche informazioni sui rapporti di parentela e le frequentazioni dei candidati.
Sia ben chiaro: la decenza delle liste non è questione che si possa limitare alla zona grigia dei rapporti fra politica e criminalità organizzata. Ed è immaginabile che Pisanu non si riferisse soltanto a quell’aspetto, quanto piuttosto all’imbarbarimento generale che ha fatto saltare tutte le regole etiche, comprese quelle non scritte. Con il risultato che termini una volta sacri, come «opportunità», sono spariti dal vocabolario della politica. Due casi per tutti. Il presidente della Provincia di Vercelli Renzo Masoero era in piena campagna elettorale per le regionali quando l’hanno arrestato per concussione, accusa per la quale avrebbe poi patteggiato una condanna a due anni. Né il rinvio a giudizio per la droga del festino a luci rosse che lo vide protagonista in un albergo romano nell’estate del 2007 ha dissuaso l’ex deputato dell’Udc Cosimo Mele: che si è candidato in Puglia al fianco di Adriana Poli Bortone. Senza fare una piega.
Sergio Rizzo per il Corriere della Sera
14 ottobre 2010
Enrico Rossi. Il PD non ha bisogno di fighetti
Rossi: «Nel Pd non c’è bisogno di fighetti ma di politici veri»
«Provo una certa irritazione per l’attenzione data alla Toscana nel dibattito nazionale. Si dipinge una Toscana statica, con un risultato scontato. Ci guardino, invece»
FIRENZE – «Chi vuole fare politica deve mettersi ventre a terra e andare davanti alle fabbriche, nelle case del popolo, nelle piazze, nel territorio: come dissi già quando ero assessore alla sanità, non abbiamo bisogno di fighetti ma di politici veri». Enrico Rossi, neo eletto presidente della Toscana, mette subito in chiaro che lui, di divisioni e dibattiti all’interno del Partito Democratico, comincia ad essere un po’ stanco. «L’unità è un valore fondamentale – ha aggiunto – è quello che ci chiedono i cittadini. Al Pd oggi io dico di guardare meglio l’esempio della Toscana. In una politica dove valgono gli esempi negativi o quelli che sono funzionali al combattimento politico e strumentale, io credo, invece, che la Toscana possa essere un esempio positivo, di buon governo».
E’ più che un semplice «sos Toscana», il messaggio che Enrico Rossi manda ai vertici nazionali del proprio partito e all’Italia intera. C’è un nord leghista, c’è un sud berlusconiano, ma c’è anche un centro geografico, con un’identità politica chiara e rafforzata dal risultato delle ultime elezioni. Bersaglio del neo presidente è il ritratto “stucchevole” che viene abitualmente fatto di Toscana, Umbria e Marche. «Per questo – ha detto Rossi, stabilendo così il sui primo impegno in agenda – voglio scrivere per incontrarmi presto coi presidenti di Umbria e Marche affinché l’Italia centrale riprenda il posto che le spetta. Ovviamente non con intenzioni anti-unitarie, ma solo per rappresentare il centro Italia con i suoi problemi e le sue caratteristiche».
Di fronte ad un martellamento mediatico e politico, che elogia il nord est leghista («dove trionfano la xenofobia e l’egoismo») e un sud berlusconiano («dove trionfano assistenzialismo e criminalità organizzata»), «la rappresentazione di una Toscana bulgara non ci rende giustizia». Rossi parla a nome di tutti i toscani: «Non siamo un popolo di beoti. Se uno ascolta Bondi, sembra che viviamo in una morsa di ferro. Noi siamo invece un esempio positivo. Ci vengano a studiare». Messaggio chiaro, fin troppo per il Partito Democratico: «Se l’Italia di centro sparisce, accade anche per colpa dei commentatori della nostra parte politica». I segnali di questa ritrovata identità «dalla spiccata sensibilità sociale», per Rossi, sono forti e evidenti, ovunque, anche «a Orbetello, che è il comune di Matteoli, e così a Prato, dove torniamo a vincere, e a Volterra». In quest’ultima città, alle comunali, il Pd aveva perso e «il centrodestra ci aveva sguazzato, tirando in ballo chissà quali colpe sulla sanità».
Continuando sul dato elettorale, «a dimostrazione che tutto è possibile – scherza Rossi – basti pensare che un pisano ha vinto a Livorno, con oltre il 60%. E questo è contro natura» Un ritorno al territorio, dunque, «che vuol dire coi cittadini: ho visitato in tre mesi tutta la Toscana, abbiamo ascontato i sindaci e le forze sociali». Questo, da candidato. Ora, da presidente, Enrico Rossi continuerà «a girare la Toscana, perché è giusto ritornarci nella nuova veste, per ridire le cose che ho già detto, ma con ben altra capacità e sostanza». Quanto all’agenda elettorale, mentre i cronisti spingono sul pedale del toto-giunta, dei contrasti interni al Pd («Renzi esprime le sue posizioni, io le mie»), del successo dell’Idv, Rossi scala la marcia: «Non abbiamo bisogno di divisioni, ma di lavorare. Punto 1, l’economia. Punto 2, la scuola pubblica. Dobbiamo capire cosa possiamo fare come istituzione» Guardando più avanti, la linea generale deve essere quella di «non cedere mai sul piano dell’equilibrio di bilancio, per quanto ci possano trattare da Roma. Noi abbiamo i bilanci certificati come una società di borsa, quindi con un margine di disavanzo molto ristretto» Per fare tutto questo, «non abbiamo bisogno di fighetti, ma di politici veri, che magari litigano, ma che sono lì sul lavoro. Ma, ribadisco, a livello nazionale – conclude Enrico Rossi – esigo più rispetto da parte dei mezzi di comunicazione e più attenzione dal partito»
Marco Bazzichi
31 marzo 2010
Ma la Lega è davvero il partito più radicato nell’Italia che sta oltre il Po?
Un breve appunto di Pippo Civati, consigliere regionale (rieletto) della Lombardia per il PD. Civati sfata qualche luogo comune sulla Lega, sul suo radicamento nei territori d’oltre Po e si interroga sulle prospettive del PD. La sua è una analisi che condivido interamente!
E non è vero che la Lega sia più radicata sul territorio. Piantiamola con questo tormentone, vi prego. Il problema, direi, è l’approccio, percepito come più immediato, popolare, vicino. Il problema sono i messaggi, che si sono ‘radicati’ nella testa delle persone. Il problema è che si capisce che cos’è, la Lega, in tempi di cattiva politica, di scarsa rappresentanza, di reductio del dibattito politico ad unum o, comunque, a pochissimi temi: ad esempio, la famosa sicurezza. Non c’è più un discorso politico, in Italia. Non c’è un’idea comprensibile per i giovani precari, non c’è una linea chiara sulle questioni fiscali, non c’è (più) un’idea di società (soprattutto). A destra e, purtroppo, anche a sinistra. E, badate, questo tiene insieme il fattore Lega e il fattore Grillo. Inutile prendersela con altri, in queste ore. Inutile demonizzare il non voto, che andrebbe piuttosto capito (prima di rivolgerci all’Udc e al suo 5%, perché non ci rivolgiamo al 40% di chi non si è recato alle urne?). L’anti-politica l’hanno inventata e prodotta i politici: non sono tutti radicali, quelli che votano Grillo (e la Lega). Non è il 95° minuto della partita, come dice Bersani. Questa partita dura da vent’anni ed è la cifra della cosidetta Seconda (non) Repubblica. E su questo non abbiamo preso un palo, non abbiamo mai visto la porta. Non averlo capito, è un problema, esattamente come lo è la scarsa comprensione del berlusconismo: il “popolo profondo” del post qui sotto, la provincia di cui parla oggi Michele Serra e di cui parlavo ieri. Un popolo e una provincia dove il Pd è minoranza di una minoranza, perché si rivolge a una porzione microscopica di società, intorno al 10% del totale, come notava chi ha fatto le proporzioni con i dati di chi non è andato a votare. Non è colpa (solo) di Bersani, non è colpa (solo) della tv: è la politica che deve funzionare meglio. E la politica, con un presidente del Consiglio così, che si fa gli affari suoi, è affare del centrosinistra. Questo, mi pare, sia il punto. Tutto il resto è un rumore lontano, una stella cometa che esplode nel cielo. Anzi, è esplosa già.
Pippo CIVATI
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Emma ha vinto! Ma non si chiama Bonino… bensì Marrone
Emma ha vinto! Ma non si chiama Bonino, bensì Marrone, e non ha partecipato alle elezioni regionali nel Lazio, ma ad Amici.
Ieri sera ho fatto tardi per capire come fosse andato il voto nel Lazio ed in Piemonte. Ho smesso di smanettare tra il portale del Ministero degli Interni e quello de La Repubblica quando un amico mi ha informato con un sms che i seggi mancanti nel Lazio erano quelli di Latina e che le sezioni di Roma ormai erano quasi tutte dentro il calderone dei voti conteggiati. Mercedes Bresso mi ha tenuto con il fiato sospeso per qualche decina di minuti in più di Emma: giusto il tempo di capire che nei quartieri della fascia torinese la Lega è riuscita a guadagnare migliaia di nuovi consensi.
Ieri sera un’altra Italia ha fatto tardi insieme a me guardando Maria De Filippi e il suo geniale programma. Milioni di italiani sono stati alzati fin oltre l’una ed hanno festeggiato la vittoria di Emma (Marrone).
Prima di addormentarmi ho fatto in tempo ad ascoltare qualche dichiarazione a caldo.
Enrico Letta dichiara: “Il Pd vince la maggior parte delle regioni.». Gli fa il verso Maurizio Migliavacca: “Il Pd è il primo partito nel paese”. Ma figuriamoci! Se il PD continua ad avere dirigenti incapaci di ammettere l’insuccesso, di afferrare al volo che Silvio Berlusconi ha di nuovo vinto le elezioni, forse è arrivato il momento di riflettere seriamente sul futuro di un progetto politico suggestivo, ma troppo rimescolato, troppo dilaniato, troppo precocemente invecchiato.
Qualcuno è riesce anche a farmi sorridere. Un imperturbabile Nicola La Torre (maschera alla Buster Keaton) con lo sguardo fisso nell’obbiettivo della telecamere che lo inquadra afferma serio: “Sette a sei è un successo elettorale del centrosinistra“. Ho sentito la mancanza delle risate registrate, tipiche di certi programmi americani. Nella mia testa comunque c’erano!
Il risveglio mattutino è stato lento. Ho scoltato la rassegna stampa di Radio Radicale d ho scoperto che i commentatori di “destra” hanno già rigirato la storia del regolamento di conti interno al PdL (cavallo di battaglia di quelli di “sinistra” almeno fino a ieri). Ed ho capito in un attimo che a Berlusconi non serve il regolamento di conti, perché non gli serve nemmeno il PdL. Lui ha un rapporto diretto con l’Italia che continua a votarlo! Dopo essermi fatto la barba ho sentito un vecchio amico al telefono. Mi ha detto: “C’è un’Italia incazzata che stavolta, invece di starsene a casa, o disperdere il voto, ha sostenuto le liste di Beppe Grillo, oppure ha di nuovo votato per l’IdV di Di Pietro – De Magistris – Travaglio!” Nonostante fossi ancora assonnato, sono riuscito a balbettare che l’Italia rabbiosa ha “fregato” almeno un candidato del centro sinistra, consegnando nei fatti il Piemonte nelle mani della Lega. Dopo un attimo di silenzio lui mi ha risposto: “E allora?” Vabbé ho capito per chi ha votato!
Accendo il computer e guardo le preferenze. Nel Lazio no comment (almeno il candidato che ho sostenuto ce l’ha fatta ad entrare in Consiglio regionale). In Lombardia Pippo Civati è primo in Brianza. Ha preso diecimiladuecentocinquantasei preferenze. La speranza non muore mai!
by COLAS


