Archivio per ottobre 8th, 2010
Monsieur Dago (Roberto D’Agostino) de fine bouche
“L’exposition du photographe et cinéaste américaine Larry Clark interdìte aux mineurs à Paris”
Il comune di Parigi vieta ai minori di 18 anni la mostra del fotografo Larry Clark. Liberation pubblica in prima pagina una foto della mostra… e Roberto D’Agostino, paragona l’impegnatissimo quotidiano diretto da Laurent Joffrin a le Ore, rivista per “soli uomini” molto in voga negli anni ’60
“Larry Clark censurato. Vietato ai minori di 18 anni“. Questo il grosso titolo in prima pagina del quotidiano Liberation. Dago (Roberto D’Agostino) forse il titolo di Liberation non l’ha nemmeno letto, forse ha guardato solo la foto e quindi gli è venuto spontaneo annotare: “E poi in Italia si lamentano che si vendono pochi giornali. Guardate la prima pagina di “Libération” di ieri…” E nel titolo dell’articolo: “Liberation come le Ore: a tette desnude”. Dimostrando di non avere capito niente né delle foto di Larry Clark, né della provocazione del quotidiano francese. “Dago, Dago cosa faresti tu senza tette desnude? Mai sputare nel piatto dove si mangia…”
by COLAS
MINACCE ALLA MARCEGAGLIA: SALLUSTI TEME UNA SECONDA INCHIESTA DELLA PROCURA DI NAPOLI

SALLUSTI-PORRO-FELTRI
Continua la guerra dei dossier. La redazione de il Giornale, il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri, ha annunciato che nell’edizione di sabato pubblicherà quattro pagine del presunto «dossier» sulla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. La notizia è stata confermata alle agenzie di stampa dal direttore Sallusti che giovedì, insieme al suo vicedirettore Nicola Porro, è stato indagato e sottoposto a persquisizione su ordine della procura di Napoli per l’ipotesi di reato di violenza privata ai danni della stessa Marcegaglia in relazione alla realizzazione di un presunto dossier nei suoi confronti.
CONFALONIERI: «DA FELTRI VERITA’» – Lo stesso direttore del quotidiano teme che quella della Procura di Napoli potrebbe non essere l’unica inchiesta a carico dei vertici de «Il Giornale». Intanto il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, avvicinato dai giornalisti a margine di un convegno a Capri, afferma: «La versione di Feltri è verità. Anche quella della Marcegaglia».
La presidente degli industriali italiani aveva detto di avere percepito una battuta scambiata tra Nicola Porro e il suo addetto stampa Rinaldo Arpisella come «un rischio reale e concreto per la mia persona e per la mia immagine. Tanto reale e concreto che effettivamente ci mettemmo, anzi mi misi personalmente in contatto con Confalonieri».
Sallusti e Porro sono indagati per violenza privata nei confronti della Marcegaglia contro cui, secondo la ricostruzione degli inquirenti, si stava preparando una campagna di stampa simile a quella condotta dal Giornale sulla vicenda dell’appartamento di Montecarlo.
Feltri giovedì aveva dato questa versione: «Una mattina mi ha chiamato Confalonieri per chiedermi se stessimo preparando un’inchiesta a tappeto sulla Marcegaglia. Ma nessuno mi aveva mai parlato di nulla. Contro la Marcegaglia e contro Confindustria non c’è mai stato e non c’è nulla. Se ci fossero sarebbero saltati fuori, visto che hanno perquisito anche la biancheria».
LA SECONDA INCHIESTA – Intanto da via Negri si parla di una possibile nuova inchiesta nei confronti del quotidiano. Sallusti lo ha detto a Maurizio Belpietro nel corso di «Mattino Cinque» spiegando di avere appreso di intercettazioni ordinate anche da una Procura del Nord. «Forse Woodcock (uno dei due pm titolari dell’indagine di Napoli , ndr) – ha spiegato il direttore – si era anche arrabbiato perchè ero venuto a sapere che i telefoni di Feltri (direttore editoriale, ndr), di Porro e il mio sono intercettati da due procure, una del Sud che è quella di Napoli, e una del Nord, ma non sappiamo perchè. Temo, quindi, ci sia un’altra inchiesta».
Per Sallusti «Woodcock di fronte alle persone famose non riesce trattenersi». «Da quello che si evince – ha aggiunto – Woodcock stava indagando su Confindustria o sulla Marcegaglia e noi siamo finiti in mezzo. Woodcock quindi ha sentito parlare giornalisti e lui di fronte alle persone famose non riesce e trattenersi. Poi, come abbiamo visto, nella stragrande maggioranza dei casi gli indagati sono stati prosciolti per non aver commesso il fatto, ma a lui piace così».

EMMA MARCEGAGLIA
BERSANI: «SOSPETTO RICATTI» - Sulla vicenda è intervenuto anche il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: «A me interessa il quadretto che viene fuori. E non è un bel quadretto. C’è il sospetto di ricatti. E il riferirsi a persone terze per risolvere i problemi. Ma possiamo vivere così?».
LA MACCHINA DEL DOLORE
Siamo tutti vittime della stessa macchina. La macchina del dolore, che si nutre di casi umani e in cambio macina numeri dell’Auditel, quelli che fanno la gioia e il fatturato dei pubblicitari. Loro, i burattinai. Gli altri – giornalisti, pubblico, ospiti – i burattini. Colpevoli, naturalmente, ma solo di non avere la forza di strappare il filo. Federica Sciarelli è una giornalista in gamba e una persona perbene, ma forse ha mancato di freddezza.

CONCETTA SCAZZI LA MADRE DI SARAH
Avuto sentore della notiziaccia, avrebbe dovuto mandare la pubblicità e soltanto dopo, lontano dalle luci della diretta, rivolgersi alla madre in pena, invitandola ad allontanarsi dal video e a chiamare i carabinieri. Una questione di rispetto, ma in questa società di ego arroventati chi ha ancora la forza e la voglia di mettersi nei panni del prossimo, guardando le situazioni dal suo punto di vista? Noi giornalisti siamo colpevoli di abitare il mondo senza provare a cambiarlo ed è una colpa grave, lo riconosco.
La consapevolezza del potere dei media accresce le nostre responsabilità, ma non può annullare completamente quelle degli altri. Mi riferisco anzitutto agli ospiti dei programmi. Il presenzialismo televisivo della mamma di Sarah ha l’attenuante della buona fede. Ma fino a qualche anno fa i parenti delle persone scomparse andavano in tv per il tempo minimo necessario a leggere un comunicato o pronunciare un appello. Poi si ritiravano nel loro sgomento.
Adesso non trovano di meglio che bivaccare per giorni e giorni in tv: non davanti al video ma dentro. Spalancando alla prima telecamera di passaggio la stanza della figlia scomparsa e accettando di partecipare a una trasmissione come «Chi l’ha visto?» dalla casa del cognato, sul quale in quel momento già gravavano forti sospetti.

CHI LHA VISTO? L'ANNUNCIO IN DIRETTA
Non accuso la signora: è cresciuta con questa tv che sembra onnipotente, nel vuoto che c’è. Una tv che è vita meglio della vita e in cui il Gabibbo ha preso il posto del poliziotto, «Forum» del pretore e «Chi l’ha visto?» del detective Marlowe. Mi limito a riconoscere in quelle come lei la vera carne da macello televisivo. Carne che si immola volontariamente, nella convinzione che oggi la televisione possa darti tutto, persino tua figlia.
Giornalisti emotivi, tronisti del dolore. Il ritratto di famiglia è quasi completo. Manca l’ultimo tassello, forse il più importante. I telespettatori. Le tante prefiche guardone che sputano sentenze dal salotto di casa. Ah, quanta sacrosanta indignazione! Peccato che durante il melodramma il pubblico di «Chi l’ha visto?» sia più che raddoppiato. Erano talmente occupati a indignarsi che si sono dimenticati di compiere l’unico gesto che potrebbe davvero cambiare questo sistema fondato sul pigro consenso del popolo: spegnere il televisore.
Massimo Gramellini per “La Stampa“
LA NUOVA FRONTIERA DELL’OMICIDIO: LE TELECAMERE IN CASA DELL’ASSASSINO…

LA MADRE DI SARAH APPRENDE DALLA SCIARELLI DELLA MORTE DELLA FIGLIA
La madre di Sarah ha capito che non avrebbe rivisto mai più la figlia di quindici anni quando Federica Sciarelli, a telecamere accese e in diretta davanti ai nostri divani, le ha letto un’agenzia di stampa, forse senza rendersi conto immediatamente delle frasi che le uscivano di bocca: “Concetta, dice il quotidiano di Puglia che lo zio avrebbe confessato, in questi minuti i carabinieri starebbero cercando il corpo”. La madre di Sarah era seduta lì, nel soggiorno dell’assassino, con le vetrinette piene di ceramiche decorate, e non riusciva nemmeno a muovere gli occhi. Pietrificata.

GIACOMO IL PADRE DI SARAH
Sarah, uccisa, lo zio, il corpo, cercare, campagna, si vedevano le parole galleggiarle intorno, nella nuova frontiera dell’omicidio, in cui tutti (tre milioni e mezzo di persone, quindici per cento di share) eravamo nella casa di uno zio che ha strangolato nel garage, denudato, forse violentato, trasportato in macchina e buttato in un buco una ragazzina bionda (“la mia figlietta piccola”, come diceva piangendo durante le interviste), la figlia della sorella di sua moglie, l’amica del cuore di sua figlia, sua nipote scomparsa più di un mese fa.
La madre aveva condiviso con il mondo la sparizione di Sarah, chiedeva aiuto e sperava che la televisione potesse servire a ritrovarla (“Chi l’ha visto” è fatto a volte di storie a lieto fine), ma è stata la televisione a dirle: è finita. Ha condiviso con il mondo anche il momento dell’annuncio della morte, con le frasi incompiute sul ritrovamento del cadavere, sulla posizione esatta, “cercano sulla provinciale di Avetrano”.
Non si potevano più staccare gli occhi dalla casa, dall’ingresso di mattoni in cui per quaranta giorni è stato custodito un segreto mostruoso, e non si poteva evitare di guardare l’intervista, che “Chi l’ha visto” ha immediatamente rimandato in onda, allo zio di Sarah che piange, si copre gli occhi azzurri con le mani sporche di terra, mostra tutti i movimenti che l’hanno portato a ritrovare nel campo il cellulare della ragazzina, mostra il percorso, la cenere, le foglie, l’auto, gli alberi, il cacciavite.

FEDERICA SCIARELLI E SULLO SFONDO MICHELE MISSERI
“Ho visto una cosa d’argento che brillava, era un telefonino, pensavo che fosse del mio collega, ma poi ho visto i due ciondoli e ho telefonato subito a casa, ho capito”, frasi ripetute anche sull’uscio di casa, con in testa un cappello da pescatore, e di nuovo al Tg1, “Che rapporti aveva con Sarah?”, “Normali, di famiglia, nemmeno il numero del cellulare avevo”. Guardarlo recitare così bene nel momento esatto in cui viene data la notizia della confessione era terribile e ipnotico, era un crudele gioco di ruolo.
Non è la televisione cinica, non è il reality show della morte (e non è il giornalista televisivo brasiliano che commissionava omicidi per arrivare prima della polizia sul luogo del delitto e aumentare lo share), è che la televisione è tutto ed è dappertutto. In televisione si esiste, ci si difende, si spiega, si chiede, si cerca, si piange, ci si muove come in un tinello qualunque.
Una madre cerca la propria figlia, ha bisogno della televisione, un assassino deve deviare i sospetti (oppure gridare: aiuto, sono stato io, lo vedete che non sono sincero, guardate che non ho lacrime, venitemi a prendere), quindi va in televisione. Non c’è nient’altro che abbia la stessa forza. E non c’è nessuno che, davanti alla morte partecipativa, riesca a distogliere lo sguardo.
Annalena Benini per “Il Foglio”
Minacce alla Marcegaglia. L’elefantino attacca Vittorio Feltri
A Feltri, Sallusti e Porro, i colleghi del Giornale sottoposto a perquisizione nell’ambito di un’indagine per violenza privata ai danni di Emma Marcegaglia, più che una solidarietà pelosa non possiamo offrire.

ALESSANDRO SALLUSTI
Siamo naturalmente impauriti dall’irruzione del dottor Henry John Woodcock sulla scena della libertà di stampa, visto il risultato spettrale di molte sue clamorose inchieste.
Vogliamo, come tutte le persone sane di mente, che gli inquirenti si sbrighino, che siano cauti, che sappiano valutare criteri professionali, abitudini e modi di fare nelle redazioni e nei rapporti con le fonti a loro sconosciuti.
Inoltre sappiamo che il giornalismo è un mestieraccio sporco, che partecipa dei conflitti tra poteri anche quando è apparentemente in polpe, e che risente di tutte le belle e brutte opacità della lotta politica. Lo pratichiamo anche noi, questo sport, e non facciamo la morale a nessuno. Ma il senso del limite comincia seriamente a diventare un problema.
Feltri è un grande giornalista e un grandissimo semplificatore. Quando dice che l’editore gli ha chiesto di ridurre il deficit del Giornale, e che questo lui sta facendo da quando è direttore, si sente la malizia di una provocazione pura, di un cinismo orgoglioso e ribaldo. Eccitare le tifoserie della destra proponendo ai lettori una sequela di rappresaglie personali, a partire dal “trattamento Boffo”, non è esattamente una politica di bilancio, e se lo fosse non resterebbe senza conseguenze culturali e politiche.

GIULIANO FERRARA
Tutto si può fare in regime di libera stampa, ma non “costi quel che costi”. Lascerei al pistarolo di sinistra, e ai paranoici che odiano fino alla violenza il giornalismo della destra, il privilegio di uno stile indecentemente brutale e dell’attacco selvaggio alle persone.
Giuliano Ferrara per “Il Foglio”
Minacce alla Marcegaglia. Ecco la versione del presidente della Confindustria

EMMA MARCEGAGLIA
È il 5 ottobre del 2010, tre giorni fa. Otto di mattina. Ufficio del Comando Carabinieri del Nucleo Operativo di via Aurelia, a Roma. Davanti al sostituto procuratore della Repubblica Henry John Woodcock compare la presidente dell’Associazione degli Industriali Emma Marcegaglia.
La mettono a conoscenza delle intercettazioni telefoniche che hanno avuto per oggetto Rinaldo Arpisella, responsabile dei rapporti con la stampa della Marcegaglia. Partono le domande. Conoscevo il contenuto fondamentale e il tenore delle conversazioni (nelle quali risulta come interlocutore l’Arpisella) che mi avete fatto ascoltare (fatta eccezione dell’ultima intervenuta tra Porro e l’Arpisella il 22 settembre 2010), le cui trascrizioni, altresì, ho appena letto; l’Arpisella mi ha relazionato e ragguagliato al riguardo del dettaglio (a parte le volgarità), anzi preciso che l’Arpisella mi fece leggere il contenuto dell’sms del 16 settembre 2010.
Il Maurizio, con il quale parla l’Arpisella nella seconda conversazione è Maurizio Crippa (Mauro, ndr), responsabile delle relazioni esterne di Mediaset.
Dopo il racconto che l’Arpisella mi fece, ho sicuramente percepito l’”avvertimento” del Porro come un rischio reale e concreto per la mia persona e per la mia immagine, tanto reale e concreto che effettivamente ci mettemmo, anzi mi misi personalmente, in contatto con Confalonieri. Al riguardo il Giornale (e dunque evidentemente il suo emissario) erano piccati sia per le mie dichiarazioni contro l’operato del governo, sia, soprattutto, per il fatto che io stessa, e Confindustria, ci siamo sempre “filati” poco il Giornale stesso; il Giornale e il suo giornalista hanno dunque tentato di costringermi a cambiare il mio atteggiamento nei confronti del giornale stesso, concedendo interviste che, per la verità, io sul Giornale almeno recentemente non avevo fatto; proprio a tale ultimo riguardo preciso che tale circostanza mi fu rappresentata anche dal Confalonieri quando io, appunto, in tale occasione l’ho chiamato.
Come ho detto, quanto riferitomi dall’Arpisella a proposito della suddetta conversazione avvenuta con il Porro, mi allarmò non poco, tant’è che io mi misi immediatamente in contatto con il Confalonieri, addirittura intorno alle 14,30/15,00 dello stesso 16 settembre 2010.
Durante la mia predetta conversazione con il Confalonieri, io rappresentai allo stesso la mia preoccupazione e il mio allarme, dicendo allo stesso Confalonieri che era per me assurdo un simile comportamento da parte del Giornale.

MAURO CRIPPA
Il Confalonieri mi rassicurò e mi disse che avrebbe chiamato immediatamente Feltri e che sarebbe intervenuto, e che poi mi avrebbe richiamato, cosa che, infatti, fece dopo pochi minuti; in tale seconda telefonata il Confalonieri mi disse di aver parlato con Feltri e che era tutto a posto nel senso che il Giornale avrebbe desistito; in tale occasione, e cioè nel corso della stessa telefonata, il Confalonieri mi ribadì anche lui la necessità e l’opportunità che io facessi un’intervista su Il Giornale.

FEDELE CONFALONIERI
Non mi era mai capitata una cosa simile, e cioè non mi era mai capitato che un quotidiano ovvero qualsivoglia altro giornale tentasse di coartare la mia volontà con queste modalità per ottenere una intervista ovvero in conseguenza di dichiarazioni da me precedentemente rilasciate. Lo stesso quotidiano Il Giornale, in passato non si era mai comportato in tal modo.
Non ho idea a quale dossieraggio il Porro facesse riferimento e cosa riguardasse; presumo che potesse riferirsi a taluni problemi giudiziari che mio fratello ha avuto nel 2004, questioni risoltesi positivamente nel 2006; non so se il Porro si riferisse poi anche ad altro.
L’Arpisella non mi ha parlato del riferimento fatto da Porro al Riotta, ed anzi non sapevo dell’”antipatia” del Porro (e del Giornale) nei confronti di Riotta. Al riguardo preciso di aver avvertito Berlusconi e Letta della nomina di Riotta per garbo istituzionale e perchè Riotta lavorava per la Rai.
Conosco Feltri e Porro, ma non Sallusti.
Il colloquio si conclude alle nove e mezza. Un’ora dopo che Emma Marcegaglia si era seduta davanti al pm negli uffici del Comando dei Carabinieri del Nucleo Operativo di via Aurelia a Roma.
Da “Il Fatto Quotidiano“
Minacce alla Marcegaglia. Il giornalista Nicola Porro si difende così: “Non c’è dubbio che il segretario del presidente della Confindustria abbia equivocato un nostro modo di scherzare che facciamo da anni”. Insomma, “era solo un cazzeggio telefonico”

NICOLA PORRO
‘Il giornale’ si difende. Il trio di direzione in conferenza stampa. Uno spiega che il tono delle telefonate era scherzoso. Un altro rivela di essere intercettato da due procure: Napoli e «una del Nord». Vittorio fa il suo show: «Marcegaglia parla sempre, ha rotto i coglioni».
Una nuova stagione di fango? Piuttosto una macchina del cazzeggio. Almeno a sentire uno dei protagonisti, il giovane vicedirettore del Giornale Nicola Porro, già agnello sacrificale per la stampa di destra nell’arena santoriana di Annozero.
Dice Porro, a proposito degli sms incriminati con il portavoce di Marcegaglia, Rinaldo Arpisella: «Non c’è dubbio che Arpisella abbia equivocato un nostro modo di scherzare che facciamo da anni». Insomma, «un cazzeggio telefonico».
Con annesso pentimento, viste le conseguenze giudiziarie. Continua Porro: «Sì, ho detto una cazzata al telefono con una fonte che negli ultimi dieci anni non mi ha dato nemmeno una notizia e che oggi non ho voluto nemmeno sentire e di cui ho cancellato il numero».
Porro, Sallusti e Feltri. I vertici del Giornale berlusconiano sono schierati per una conferenza stampa nella redazione del quotidiano, in via Negri a Milano. Dal «cazzeggio» e dalla «cazzata» alla «rottura di coglioni». Stavolta è il direttore editoriale Vittorio Feltri che parla: «Ma poi perché mai avremmo dovuto farlo un dossier, per ottenere un’intervista alla Marcegaglia che parla ogni due per tre in televisione e che francamente ci ha rotto i coglioni? Non c’è stato alcun desiderio di ricorrere a dossier per estorcere interviste che fanno venire il latte alle ginocchia. Quando ero direttore non me ne fregava niente di intervistarla, e credo che anche a Sallusti oggi non interessi».

FELTRI SI AMMANETTA
Feltri risponde sulle presunte pressioni di Confalonieri, sollecitato dalla presidente di Confindustria: «Io non ne sapevo nulla. Sallusti mi aveva riferito dello scherzo fatto da Porro ad Arpisella. Io ho pensato “ma che pirla Porro che si diverte a fare queste cose”. A Confalonieri ho detto che il Giornale non voleva fare nulla contro la Marcegaglia. Lui non ha esercitato pressioni, la sua telefonata era volta solo ad avere informazioni. Mi è sembrato sollevato dalle mie parole. Se non si fosse trattato di un tono scherzoso avrei saputo che stavamo preparando qualcosa. Non esiste nessun dossier nel nostro giornale, altrimenti questa mattina con tutte queste perquisizioni sarebbe saltato fuori».
Seduti dalla parte degli intervistati, di quelli che le domande le ricevono, i tre non smettono però di essere e fare i giornalisti. Sorridono, fanno battute. Feltri fa pure l’offeso. Sempre per scherzo, ovviamente: «Mi sento offeso perché qui sono l’unico non indagato». Le tesi della procura di Napoli vengono contestate su tutta la linea. In ogni caso, si può sempre trasformare tutto in uno spottone. Ancora il direttore editoriale, intervistato da SkyTg24: «Mi fa piacere, ci gioviamo di questa iniziativa per farci un po’ di pubblicità». La parte del duro la fa Sallusti, da poco direttore responsabile al posto di Feltri. Sallusti, che ha anche querelato il procuratore capo di Napoli, dice di essere stato tirato nell’inchiesta solo perché a «Woodcock interessano vip e pseudo-vip e io ormai sto sempre in tv». Non solo: «Ho un sospetto, che Woodcock sia irritato con noi perché abbiamo pubblicato un articolo su di lui dal titolo “Il pm delle cause perse” dopo l’assoluzione di Vittorio Emanuele».
Poi rivela di essere intercettato da due procure, quella di Napoli e «una del nord», altro dettaglio inquietante: «In un capo d’accusa mi viene contestato l’articolo del 16 settembre nel quale ho scritto che i pm spiano le nostre telefonate. Io ho delle fonti e ho scritto che al Giornale sapevamo di essere sotto inchiesta. Questo ha fatto muovere Woodcock e più di venti carabinieri».
E da bravo cronista descrive la scena della perquisizione: «Ciò che ci stupisce è la violenza che è stata usata nei nostri confronti, manco fossimo dei criminali comuni. L’ipotesi di reato è ridicola e certo non giustifica questo enorme e sproporzionato spiegamento di forze: Woodcock poteva impiegarle meglio visti i problemi che ci sono a Napoli. Avevano anche il mandato per le perquisizioni personali come se eventuali dossier li nascondessimo nelle mutande. Hanno perquisito con molta accuratezza gli uffici miei e di Porro. Non hanno trovato nulla, ma hanno letto tutta la mia corrispondenza privata e l’attività del giornale. Sono stati copiati tutti i dati dove ci sono informazioni sensibili sulla mia vita personale».

HENRY JOHN WOODCOCK
A scanso di equivoci, però Sallusti ribadisce che se esistessero delle carte su Marcegaglia «le pubblicheremmo perché è un nostro diritto». E non manca un riferimento ai colleghi di sinistra: «Mi chiedo, anche se certo non lo auguro ai colleghi del Fatto o della Repubblica, perché la magistratura non manda a perquisire le loro redazioni per l’inchiesta su Schifani e invece viene a perquisire la nostra perché la Marcegaglia dice di essere minacciata: anche Schifani e Berlusconi dicono di sentirsi minacciati».
Con la direzione si è anche schierato il cdr del Giornale per bocca di Felice Manti: «È un attacco alla libertà di stampa non possiamo farci dettare la linea editoriale da un procuratore». Con una lettera a Dagospia, invece, si fanno vivi di due «segugi» da sguinzagliare a Mantova, città di Marcegaglia: Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica, i giornalisti dell’affaire Tulliani.
Anche loro smentiscono: «I segugi in questione, in verità, non mettono piede a Mantova da anni e a dirla tutta non hanno mai avuto indicazioni al riguardo. La nostra unica meta resta il Principato di Monaco. E da qui non abbiamo alcuna intenzione di sloggiare». La rotta è sempre quella, almeno per il momento.
Fabrizio d’Esposito per “Il Riformista”


