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Appunti brevi (ma anche meno brevi) di politica & altro

La spia che ama Teheran

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Ho sempre avuto una curiosità particolare nei confronti delle “spie”. Sarà che sono nato negli anni in cui imperversava la guerra fredda, sarà che non ho mai perso un appuntamento con i romanzi di John le Carré, sarà che mi soffermo sempre a leggere quel poco che trapela sulla stampa a proposito dei protagonisti delle così dette operazioni di intelligence.

Spesso mi chiedo che faccia hanno quelli che se ne vanno in giro per paesi dilaniati da guerre, da genocidi etnici o religiosi o da dittature sanguinarie, a finanziare e rifornire di armi movimenti di liberazione immaginari, opposizioni improbabili e leader inventati, solo per sostituire un governo con un altro, solo per alternare una dittatura ad un’altra, solo per favorire e difendere gli interessi politici ed economici del paese per il quale lavorano.

Una faccia di spia ho avuto modo di vederla bene molto recentemente. Pelle chiara, naso appuntito, fronte alta, giacca sportiva, pantaloni alla marinara, camicia a righe. A guardarlo seduto nel bar dell’Hotel Albergo di Beirut, sembra più un ricco commerciante che uno 007 in congedo. Ma si sa, le spie, quelle vere, tutto sembrano meno che spie.

Alastair Crooke è stato un agente dei servizi segreti britannici. Ha lavorato per anni nell’MI6, reso famoso dai romanzi di Jan Fleming. Ha rifornito di armi i mujahidin in Afghanistan. Ha seguito i guerriglieri nella giungla colombiana. Ma soprattutto è stato il consulente più ascoltato di Tony Blair per il Medio Oriente. Poi nel 2003 lo hanno congedato dopo avergli conferito un’onorificenza per i preziosi servizi resi all’Inghilterra. Circolò la voce, mai smentita dall’interessato, che il congedo fosse stato voluto dal premier inglese in persona, preoccupato dalle eccessive “simpatie” del suo braccio operativo per il movimento Hezbollah. Anche l’antefatto è noto. Il Mossad nel 2002 entra in possesso di un documento redatto dall’Autorità Palestinese, nel quale è riportata la trascrizione integrale di un incontro tra Crooke e quattro importanti membri di Hamas, tra cui lo sceicco Ahmed Yassin, il leader del gruppo ucciso poi nel 2004 dalle forze speciali israeliane. È evidente che “qualcuno” ha registrato l’incontro. Nel dialogo tra l’agente segreto e Yassin emerge un giudizio duro nei confronti della politica di Israele, ritenuta da entrambi la vera causa della conflittualità in Medio Oriente. È assai probabile che al Mossad le posizioni di Crooke non siano piaciute molto e che il governo israeliano abbia fatto pressioni su Blair per ottenerne l’allontanamento. O almeno questo è quello che si dice.

L’ex agente di Sua Maestà dopo il congedo è però tornato a Beirut ed ha dato vita a Conflict Forum, una fondazione che organizza eventi e conferenze finalizzati al dialogo tra l’Occidente e l’Islam, anche se poi le conferenze sono solo il pretesto per incontri tra diplomatici, agenti dei servizi segreti occidentali e dirigenti di Hamas ed Hezbollah. Insomma sembra che dietro l’intento dichiarato di voler “insegnare” agli integralisti islamici i vantaggi del “fare politica” (invece che attentati), ci sia in realtà una “zona franca” dove i diplomatici (spie comprese) dell’Occidente dialogano con l’ala più estremista del movimento anti israeliano. A detta dello stesso fondatore la fondazione ha mosso i suoi primi passi con donazioni private, mentre oggi può contare su cospicue sovvenzioni della Commissione europea. Nessuno però, a parte il fondatore e pochi altri, conosce le dimensioni dei budgets a disposizione. Di certo c’è che l’attività di Crooke non è molto apprezzata in patria ed ha sollevato numerose polemiche. Il giornalista Stephen Grey, commentando le iniziative di Conflict Forum si è chiesto se sia eticamente corretto “scherzare con gli uomini di Hamas davanti ad un piatto di gamberoni, avocado, pasta e pomodorini”.

Tuttavia cosa pensi davvero Alastair Crooke è difficile decifrarlo. Così come è difficile decifrare quali siano gli scopi reali di Conflict Forum. Ci troviamo di fronte ad un tentativo tardo romantico di appianare le conflittualità tra Occidente ed Islam? Oppure Conflict Forum è una copertura ad altre attività?

Nel settembre di questo anno il bimestrale statunitense Mother Jones gli ha dedicato un articolo, firmato da David Samuels, titolato The spy who loved Hamas.

Sin dalla prima dichiarazione la posizione di Crooke emerge abbastanza chiaramente. “Non ci sono prove che le elezioni siano state truccate. Gli occidentali tendono ad ignorare un fatto: in Iran ci sono due fazioni in conflitto tra loro, entrambe convinte di rappresentare i veri principi della rivoluzione islamica”. Le preferenze dell’ex spia a favore del regime di Teheran sembrano nascere – il condizionale è d’obbligo – da un complesso ragionamento sull’Islam e sulle sue due anime. Per l’ex dipendente dell’MI6 la convinzione, largamente diffusa in Occidente, secondo la quale i sunniti sono moderati, quindi più affidabili, mentre gli sciiti sono fanatici esponenti di un radicalismo capace di esprimere solo conflittualità, è sbagliata. Non è un caso che l’ideologia wahabita, da cui ha tratto origine di Al Qaeda, sia nata nell’Islam sunnita, che si fonda su una interpretazione letterale del Corano. Al contrario gli sciiti, più aperti al dibattito teologico, sono anche più disponibili al confronto filosofico ed al dialogo con l’Occidente. Quindi, sostenere l’espansione sciita nel mondo islamico sunnita, attraversato da una fase di decadenza culturale e religiosa, significa – sempre per Crooke – togliere terreno all’integralismo wahabita.

Ci sono almeno due cose che non mi convincono nei ragionamenti di questo “figlio dell’establishment britannico”, divenuto poi – almeno all’apparenza – sostenitore del regime di Teheran. Innanzi tutto la sua analisi, sia pure ineccepibile nelle linee generali, sembra dimenticare che la rivoluzione islamica in Iran si è costruita attorno ad un radicalismo anti Occidentale non molto diverso da quello wahabita. L’Iran è un mondo chiuso nei suoi conflitti interni, nel fazionismo, governato da una classe dirigente corrotta ed impermeabile al confronto “filosofico” ed al “dialogo” con l’esterno. L’espansionismo sciita a Gaza e in Libano, insieme all’intransigenza israeliana, è l’altra causa del permanere della conflittualità in Medio Oriente. Non mi convince poi il cinismo di Crooke. “Dobbiamo preferire Teheran – dice senza nessuna esitazione – perché possono aiutarci a isolare l’estremismo wahabita, perché con loro si può dialogare“. Di fronte alla sicurezza dell’Occidente, di fronte ad una ripresa del dialogo tra sciiti, europei ed americani per Crooke hanno scarso rilievo gli inevitabili effetti collaterali dell’espansionismo sciita: la repressione delle minoranze, i diritti umani violati quotidianamente, le condanne a morte, i tentativi nemmeno troppo celati da parte del gruppo al potere di far diventare la Repubblica Islamica una potenza nucleare. Ma forse, come accade nelle migliori spy story, le intenzioni reali di Crooke e di Conflict Forum sono molto diverse da quelle dichiarate.

Nel mentre leggevo i suoi articoli e seguivo le molteplici attività della fondazione ho appuntato alcune domande sul mio taccuino. Perché questa ex spia inglese, con dichiarate simpatie per il regime di Teheran, continua ad avere referenti di rango a Beirut, a Strasburgo, a Londra ed a Washington? Come riesce ad ottenere finanziamenti dalla Commissione europea? Come fa ad entrare ed uscire senza troppi problemi dagli uffici del Foreign Office inglese e del Dipartimento di Stato americano e poi discutere amabilmente con membri dell’Unità 1800 di Hezbollah? Cosa ci fa tra i consiglieri di Conflicts Forum Milt Bearden, l’ex capo della CIA in Pakistan? Ma soprattutto, chi finanzia davvero Conflicts Forum?

Domande senza risposta. Per ora.

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